Non tutto quello che Max Mosley ha fatto nei panni di presidente della Fia, dai primi anni Novanta al 2009, incontrò il mio gradimento.
Eppure, ora che se ne è andato, vorrei ricordare un momento terribile. Un periodo in cui non era impossibile immaginare la fine della Formula Uno.
In quel frangente, Max Mosley fu all’altezza del ruolo che il destino gli aveva assegnato.
Primavera 1994.
Le tragedie imolesi di Ratzenberger e di Senna.
Ci ritrovammo a Montecarlo in una atmosfera che più cupa non poteva essere.
Il giovedì delle prove un altro incidente ridusse in fin di vita Wendlinger.
Rammento in maniera acutissima lo sgomento. La paura di essere ormai testimoni non di emozioni, ma di funerali annunciati.
Fu allora che Mosley, ovviamente non da solo, ebbe il coraggio di imporre modifiche immediate alle monoposto e ai circuiti. In nome della sicurezza.
Ci convocò tutti in sala stampa e diede una dimostrazione di volontà politica.
Probabilmente non c’erano alternative e certo non tutti furono d’accordo (se ne discute ancora).
Ma quello fu un atto di leadership che contribuì a salvare la Formula Uno, accettando l’esigenza di cambiare le cose.
Subito.
Il resto, dicevo all’inizio, è opinabile. E non mi riferisco allo scandalo sessuale (che fu una vendetta servita fredda da qualcuno, eh): non mi interessa il buco della serratura. Erano, letteralmente, cavoli suoi.
Max Mosley è stato pilota e garagista (vedi alla voce March). Credo abbia amato sinceramente le corse.