1. Spero tutti bene.
    Proseguo il racconto del mondiale del 1990.
    Ero arrivato al fatidico week end di Silverstone.
    Terza vittoria consecutiva di Alain Prost su Ferrari. Un pilota della Rossa non azzeccava un Triplete dal 1975: Lauda primo a Monaco, in Belgio e in Svezia.
    Questo per dire l’eccezionalità dell’impresa.
    Solo che, in coincidenza con tale prodigio, erano accadute altre due cose.
    Nigel Mansell, il compagno di Alain, aveva annunciato il suo polemico (e finto) addio a fine stagione, sollevando implicitamente dubbi sulla sua disponibilità ad aiutare il Professore nella titanica battaglia contro Senna.
    E a proposito di Ayrton, si era sparsa la voce di una sua trattativa con Cesare Fiorio per uno sbarco del brasiliano a Maranello nel 1991.
    Ora, qui voglio essere chiaro.
    Che un team principal immaginasse di provare ad ingaggiare un fuoriclasse assoluto come Ayrton, beh, era perfettamente normale.
    E dunque il Piccolo Cesare, inteso come Fiorio, aveva il teorico diritto di tentare il colpaccio.
    Solo che.
    Solo che c’era di mezzo non un problema. Bensì un Everest di problemi.
    Tutti, anche i bambini dell’asilo, in quel 1990 sapevano che riproporre la coppia Prost-Senna dentro lo stesso garage era una follia.
    Il francese se ne era andato dalla McLaren dichiarando pubblicamente: jamais. Mai più.
    Senna invece a parole faceva lo sborone, diceva che per lui non sarebbe stato un ostacolo la coabitazione con Alain, tanto si sentiva sicuro di essere superiore. Ma era una balla: pur di non ritrovarsi Prost dai piedi, si sarebbe fatto togliere tutti i denti senza anestesia.
    Quindi, Fiorio, trattando con il brasiliano in gran segreto, doveva dare per scontate cose che scontate non erano.
    Del tipo: Prost, che aveva un contratto con la Ferrari fino al 1992, si sarebbe allegramente sistemato altrove, magari sarebbe tornato in McLaren oppure si sarebbe accasato in Williams oppure si sarebbe serenamente ritirato a vita privata.
    E nel frattempo, mentre veniva scaricato, sacrificato sull’altare dell’odiato nemico, perché nel 1990 quei due si odiavano, nel frattempo, dicevo, Alain, che dopo Silverstone era in testa al mondiale!, si sarebbe fatto in quattro per vincere il titolo con la Rossa e per farlo vincere al Piccolo Cesare.
    Ma dai. Va bene tutto, ma ogni limite ha una pazienza, avrebbe detto il ferrarista Totò.
    E infatti.
    Infatti, dopo quel Gran Premio di Inghilterra, Prost ebbe una illuminante conversazione con un celebre connazionale.
    Jean Todt.
    All’epoca Todt era il capo del reparto corse della Peugeot. Rivale storico di Fiorio sul palcoscenico dei rally, beh, chiedere a lui un parere sul Piccolo Cesare era come chiedere al maiale che cosa pensasse del macellaio.
    A questo punto, le cose presero a precipitare.
    In Ferrari c’era un presidente che si chiamava Fusaro. Un distinto signore, con un grandissimo pregio: non mi poteva vedere (sarebbe stato lui, a fine estate 1991, a vietarmi l’ingresso al motorhome Ferrari ai Gran Premi. Ma è un’altra storia, che ho già raccontato e c’entrava ancora Prost, con il quale mi schierai apertamente sul finire della sua esperienza in Italia. Di lì a poco a Maranello non ci furono più ne’ Fusaro ne’ Alain. Unico sopravvissuto, me medesimo. Mi fecero pure le scuse e come ha cantato Elton John I’m still standing. Va mo la’).
    Il francese sapeva però benissimo che chi comandava veramente stava a Torino. Quindi, chiese un incontro ai massimi livelli.
    All’insaputa di Fiorio. In applicazione di un glorioso slogan di Sandro Pertini: a brigante, brigante e mezzo.
    Molto bene.
    Gianni Agnelli, figuriamoci, aveva altro da fare, su una barca o su un elicottero o a Villar Perosa, anzi, Villav Pevosa.
    Così l’Avvocato indirizza Prost verso il suo numero due dell’epoca.
    Cesare Romiti.
    Romiti non capiva una mazza di automobili e men che meno capiva di Formula Uno.
    In compenso, capiva che con Prost dopo undici anni la Ferrari aveva la concreta chance di tornare a vincere il mondiale di Formula Uno.
    E la cosa non gli dispiaceva. In termini di immagine, era una gran cosa, per il gruppo Fiat.
    Viene così fissato l’appuntamento.
    Romiti supponeva che Prost volesse incontrarlo per sollecitare uno sforzo massimo della casa madre in vista della volata finale e quindi si era preparato un discorsetto in stile adesione totale, supporto incondizionato, bussate e vi sarà aperto, chiedete e vi sarà dato, ite missa est.
    Quando Prost invece svelo’ il motivo della sua visita, il Grande Cesare si fece paonazzo. Poi livido. Infine, esplose.
    A Romiti, il Piccolo Cesare non era mai piaciuto.
    Non era in discussione il valore di Senna e del resto nemmeno Prost discuteva il valore di Ayrton.
    Semplicemente, quella cosa lì, in quel momento lì, in quel modo lì, non stava in piedi.
    Lei, disse Romiti ad Alain, pensi a correre. Il resto è affar mio.
    Cesare Fiorio rimase a capo del reparto corse della Ferrari altri dieci mesi, fino a maggio del 1991.
    Ma era già finito quel giorno lì, quando Prost uscì dall’ufficio di Romiti.
    Avrebbe meritato di più, Fiorio. Invece come Icaro volle volare troppo vicino al sole.
    E la beffa finale è stata amarissima.
    A realizzare ciò che Fiorio aveva sognato di fare in Ferrari, chi è stato?
    Jean Todt.
    Il suo peggior nemico.
    (Continua)