Ormai capelli del papà sono diventati tutti bianchi, perché il tempo, nella sua infinita lentezza, passa inesorabile. E quando il figlio torna a casa, magari dopo aver firmato una spettacolare tripletta sul circuito del Nurburgring, ecco, l’erede si siede accanto al genitore, accanto al corpo del padre, a letto o su una carrozzina. Si siede a raccontargli cosa ha appena realizzato. Cosa ha provato, dove ha sbagliato. Aspettando per sempre una risposta. Sperando in un niente, in un lampo in quello sguardo assente da tanti, da troppi anni.
Io credo che solo chi ha vissuto, in casa e sulla propria carne, una esperienza analoga, così silenziosamente devastante, possa tentare di immaginare le attutite emozioni di casa Schumacher.
I capelli sempre più bianchi di Michael.
Corinna che, incoraggiata da Gina Maria, si rifiuta di invecchiare perché sogna il momento impossibile in cui lui ritroverà lo spirito e vuole mostrarsi come la ricordava.
E il ragazzo che corre alla maniera di papà e non di rado vince e le tre coppe del Ring portano a sei i successi stagionali in Euro F3 e insomma chissà e come facevi a non inghiottire emozione il sabato di Monza vedendolo accanto a Kimi in una sorta di remake di una istantanea datata 2006, già, come facevi?
In questa storia dei capelli sempre più bianchi di Michael e delle coppe di Mick si annida una nobiltà tragica e dolente, si cela una suggestione per quanto poteva essere e non sarà, si capta un disperato urlo di Munch, un grido senza suono, una muta consapevolezza.
Siamo tutti prigionieri.