Non ho fretta di esprimermi sulla imminente sfida in terra germanica per la semplice ragione che candidamente di seguito vado a confessare.
Ad Hockenheim, con auto così larghe e gommoni non da mare, ecco, manca qualunque tipo di riferimento. Non vengo a dire che sarà una sfida al buio, perché questa sarebbe una esagerazione. Ma evidentemente scuderie e piloti dovranno prendere le misure al tracciato. Quindi, invito sin d’ora i profeti del venerdì a sospendere opportunamente il giudizio. Ci sarà un’altra volta da soffrire. Da ferrarista ne sono sicuro. Fra tarda estate e autunno inoltrato, rododendro e gododendro si alterneranno. Povere le mie coronarie.
E allora, in attesa del tormento da week end, mi concedo un altro recupero di memoria. Correva l’anno 1982. Questo episodio mi è tornato in mente quando Patrick Tambay, gentilissimo, mi ha fatto avere la sua prefazione al libro di ricordi di Paolino Scaramelli, glorioso meccanico di una Ferrari da lacrime e cuore.
Il 1982 fu un anno orribile. La tragedia di Gilles aveva svuotato le nostre anime. E poco dopo, proprio ad Hockenheim, nelle prove del sabato Didier Pironi uscì rovinosamente ferito da un terribile incidente.
Io ero un ragazzo ancora alle prime armi e rammento in maniera intensissimo il turbinio delle emozioni. Mi rivedo, la domenica della corsa in Germania, incollato a un piccolo televisore, divorato dall’ansia e turbato da una sensazione di malinconia che forse non mia ha più abbandonato.
Perché la domenica in Germania si correva e il ferrarista superstite, Patrick Tambay, si trovò di colpo in testa al Gran Premio.
Io non potevo non pensare, in quei momenti infiniti, a chi non c’era più. Allo strass di chi stava soffrendo. E alla incredibile resilienza degli uomini che continuavano a lavorare il nome di un sogno.
Come Dio volle, Tambay quella corsa la vinse. In un delirio di sentimenti contraddittori, che perfettamente esaltavano l’unicità ferrarista. E mi toccò scriverne, per quanto giovanissimo, perché squillò il telefono e il direttore fosse, ehi, ma questo non è più solo automobilismo, qui siamo in presenza di un evento da romanzo, butta giù qualcosa sulle palpitazioni da tifoso.
Lo feci, ma in quell’articolo mancava qualcosa. Qualcosa che non potevo sapere.
La sera, dopo la corsa, Tambay invitò tutta la squadra a cena. C’era una atmosfera mesta, nonostante l’impresa. Il lutto fresco per Gilles. Il dolore per Didier.
Ad un certo punto Tambay si alzò in piedi e prese la parola. So cosa state provando, disse ai meccanici. So che adesso ogni volta che scendo in pista pregate di vedermi tornare e vi confesso che prego anche io, per me stesso. Ma vi assicuro che Gilles e Didier sono sempre stati orgogliosi di voi, perché voi siete la Ferrari e lo sarete sempre.
Fu un momento irripetibile nella storia della Scuderia.
Oh, so bene che oggi apparteniamo ad un’epoca diversa, distinta e distante. Ma ci sono sentimenti che non moriranno mai. Mai.
Sarà un lungo week end, ad Hockenheim. E saremo lì, con un cuore che nessuno, nemmeno chi non lo capisce!, potrà portarci via.