#essereFerrari.
#essereVettel, anche.
Io non conosco Seb.
Umanamente, intendo.
Il pilota l’ho visto arrivare in F1 e non ho mai nascosto di ammirarlo tantissimo.
Ma dai giorni remoti di Ayrton io preferisco non approfondire i legami.
Per una forma di autodifesa.
Da lontano, posso dire di apprezzare il suo stile di comportamento. Mi piace la discrezione, non ho mai visto foto della famiglia (e mi ricorda qualcuno, eh).
Inoltre io disapprovo, per mia vecchiaia, le ossessioni social.
Vettel non è un maniaco del web. Non twitta, non credo abbia Instagram, si tiene alla larga da Facebook.
Per me, ok.
Dopo di che, forse posso tentare di immaginare quello che gli passa per la testa.
Tempo fa ho rivisto per strada, come in una canzone, la mia prima fidanzatina (allora si diceva così).
Eravamo alle medie o giù di lì e non andammo più in là di un casto bacio.
Dopo di che, lei mi mollò precipitosamente (nonché saggiamente).
A quasi mezzo secolo di distanza ci siamo scambiati un sorriso senza nostalgia.
O meglio.
Avevamo, abbiamo nostalgia del tempo che non potremo riacquistare. Non insieme, non c’entra.
Ecco, io credo che Vettel, come Clint Eastwood nel “Corriere”, conviva con il timore di non poter recuperare il tempo che fu.
È ridicolo immaginare possa aver paura di Leclerc. Non perché Leclerc non sia forte. Semplicemente, uno che ha vinto quattro mondiali non può essere spaventato da un compagno più giovane. Sarà la pista a dire chi va più veloce e nel frattempo Binotto bene ha fatto a chiarire che le premesse di partenza sono distanti.
Io in Seb vedo un uomo maturo che si confronta con l’ansia naturale di chi cerca una risposta.
Ci passiamo tutti, ci sono passato anche io, anche voi.
Capita nel privato. Capita nel lavoro. Appartiene alla dinamica della vita.
Arrivano momenti in cui ti domandi fino a che punto credi ancora in te stesso e quanto sei disposto a tollerare dei limiti tuoi e del prossimo che frequenti.
E nessuno ti può aiutare, perché il groviglio delle contraddizioni te lo devi sbrogliare da solo.
Per me, Vettel è a questo incrocio.
Sa di non essere inferiore a Lewis Hamilton. Sa che invece non pochi, nell’ambiente ma spero non in Ferrari, sospettano che la corazza delle sue certezze sia stata incrinata dagli eventi del 2018.
#essereVettel, all’alba del campionato 2019, è quasi un esercizio Zen.
Io sto con lui perché ho un poco di memoria, perché conosco la incredibile facilità post moderna con la quale si rovesciano i giudizi, perché da una presunta fragilità può nascere una testimonianza di solidità.
Il tempo, per dire quello della Red Bull invincibile, non si può riacquistare.
Ma restiamo vivi, in fondo, per inseguire piccoli eterni istanti di felicità.
Cominciando da Melbourne, perché no?