Sono stato molto contento quando gli amici del Ferrari Club di Vedano, Brianza piena, mi hanno comunicato che volevano consegnarmi il premio intitolato a Vittorio Brambilla.
Io non ho avuto modo di conoscere quel gran personaggio. Ero troppo piccolo quando lui e la sua famiglia incarnavano una idea ruggente e ruspante della velocità.
In compenso, ero in grado di tifare (anche) per lui, in un’epoca forse irripetibile, di sicuro indimenticabile.
Sapete, è banale ribadirlo, eppure la memoria sana e Santa aiuta a decifrare meglio le contraddizioni del nostro presente.
Nel 1975 facevo il ginnasio. Avevo come la vaga percezione di essere atteso da una vita diversa dai sogni dell’infanzia ma non per questo meno gratificante.
E guardavo la Formula Uno in televisione, avvertendo la sensazione che in pista filosofie di vita distinte e distanti ancora riuscissero a coabitare.
Niki Lauda era il futuro. Lo chiamavano computer e molti un computer vero mai lo avevano visto. Lauda curava l’alimentazione, era attento alla preparazione fisica, aveva lo scrupolo mentale di un astronauta.
Vittorio Brambilla veniva dal passato. Dal rumore profondo di motori scassati, dallo stridore di freni, dall’odore rancido dell’olio bruciato. O almeno io lo immaginavo così.
Brambilla vinse nel diluvio il Gp in Austria nel 1975. C’era qualcosa di stoico, nel suo audace rifiuto della modernità. Aveva una bella faccia da muratore. Mio padre faceva il muratore. Sulla bilancia del cuore, certi dettagli pesano.
Oggi, nuovo millennio, tutti i piloti somigliano a Lauda (non dico come talento, dico come stile, come approccio).
Nessuno somiglia a Vittorio Brambilla.
Era inevitabile, me ne rendo conto.
E nessuno mi restituirà le emozioni dell’adolescente, so anche questo.
Ma per una sera io e Vittorione, grazie agli amici di Vedano, idealmente ci ritroveremo.
We can be heroes just for one day.