Dopo Monza, Misano.

Ma non è la stessa cosa, come cerca di spiegare un testimone oculare delle differenze, il nostro amico Marco Santini, che di seguito ospito volentieri.

SANTINI SCRIPSIT

Da Monza a Misano in sette giorni: a settembre la Motor Valley diventa il centro del mondo del motorsport, per la gioia degli appassionati italiani. Il brutto periodo che stiamo cercando di lasciarci alle spalle aumenta il desiderio di normalità e la Formula 1 cerca di riavvicinarsi al pubblico con le migliori intenzioni. Purtroppo però la realtà dei fatti dice che il sentiment social, quello vero (che non è necessariamente quello che promuove a pieni voti le sprint race, anzi!), non può che evidenziare un evidente scollatura tra pubblico ed “elite”. A Monza la situazione, venendo da Zandvoort, è apparsa desolante: prato chiuso, tribune ad accesso limitato, prezzi tutt’altro che a buon mercato, niente invasione di pista sotto al podio. Nel paddock invece si è vista una sfilata di VIP che neanche al festival di Venezia: tra nuove star social, campioni olimpionici, ed attori hollywoodiani, a mancare a Monza alla fin fine erano soltanto i poveri appassionati. Il che non può che far tornare alla mente un annoso problema, tra i tanti: l’esclusività del paddock F1, voluta in primis da Ecclestone, la quale si è manifestata in tutto il suo sfarzo. Per molti domenica scorsa è passato il messaggio di un virtuale schiaffo in faccia ai migliaia di abbonati connessi da casa, impossibilitati a recarsi in autodromo alle proibitive cifre proposte. Cosa che comunque non gli avrebbe minimamente permesso di avvicinarsi ai propri beniamini. Da Monza a Misano, azzardando un parallelismo, la situazione cambia soltanto in parte: il paddock della MotoGP nell’era di Valentino Rossi è diventato sulla carta altrettanto esclusivo e con regole similari, ma a far la differenza è il clima. Pur condividendo infatti i protagonisti un comprensibile desiderio di privacy, non vi è lo stesso livello di segretezza. Avvicinare piloti o volti noti, con le dovute eccezioni da una parte e dall’altra, risulta infatti molto più semplice per gli ospiti di team e sponsor. Più in generale, è come se il clima di passione non avesse ancora lasciato del tutto il passo al mero business, complice probabilmente anche una questione culturale e geografica. L’organizzazione del motomondiale è infatti a trazione spagnola e la maggior parte degli addetti ai lavori sono italiani o spagnoli. A costo di cadere in banali stereotipi territoriali su noi latini, ne consegue un livello maggiore di rilassatezza generale, che giova all’esperienza di chi ha modo di avvicinarsi al mondo del motorsport. Le categorie di supporto sono inoltre all’interno dello stesso paddock del motomondiale, il che espande il numero di team e piloti coinvolti con conseguente aumento di confusione generale (con buona pace dei perfezionisti dell’ordine). Purtroppo, in generale, un paddock motorsport risulta tanto più blindato quanto più ricco risulta essere il portafoglio dei protagonisti. Occhio però a non tirare troppo la corda: in un momento di difficile ricambio generazionale nella platea degli appassionati, forse si dovrebbe cominciare proprio dal non tenere così lontani i Tifosi…