“Io so. Ma non ho le prove” (Pier Paolo Pasolini).
Ora che si accendono i motori, cerco di immaginare quel che passa per la testa di Maurizio Arrivabene.
Iron Mauri.
È in scadenza di contratto.
Il sogno della sua vita, se posso esagerare perché ovviamente una vita non è solo fatta di Gran Premi, è semplice.
Riportare il mondiale a Maranello.
E poi staccherebbe la spina, contento di aver compiuto la missione.
Lo conosco da un quarto di secolo, Maurizio.
Il suo pregio migliore (non essere un ruffiano) è diventato, agli occhi di molti, un difetto.
Di amici fasulli non ne cerca.
Si può discutere, ci mancherebbe, il suo stile.
Non la sua dedizione alla causa.
Trovo strano, tanto per dire, che di lui si parli tanto quando la Ferrari perde e poco se la Ferrari vince.
Oppure non è strano per niente: I know my chicken, eh.
Ed è anche inevitabile che, a mondiale ancora da cominciare, ovunque sul web si moltiplichino le candidature al posto suo.
Binotto, of course. Con il neo acquisto Mekies a fare il direttore tecnico.
Ma anche il Vasseur che sta all’Alfa Sauber: raccontano che il francese, ex Renault, già legato alla struttura del figlio di Todt, sia addirittura raccomandato da…Toto Wolff!
Steiner, l’alto atesino della Haas.
Con mia somma meraviglia, io non sono ancora stato candidato al ruolo e me ne rammarico (ohi, si scherza!)
E poi altri nomi, naturalmente il tutto facendo i conti senza l’oste, che poi sarebbe Sergio Marchionne.
Ma io spero che, alla fine della fiera, Iron Mauri possa decidere da solo.
Vorrebbe dire che, dalla prima alba australiana in poi, le cose sono andate come, vettelianamente, un ferrarista Doc si augura.
Con Arrivabene, siamo in due.
Ps. Spazio sotto per le libere di Melbourne. Tanto, che te lo dico a fare?