Spero tutti bene.

Nella ricostruzione del pittoresco mondiale di Formula Uno datato 1999 sono arrivato allo sprint conclusivo.

Suzuka.

Avevo conosciuto quel posto magico dieci anni prima.

Millenoventottantanove.

Stava per venire giù il Muro di Berlino ma mica lo sapevamo.

La nostra Guerra Fredda, ai box, aveva i volti di Alain Prost e di Ayrton Senna.

Guerra che diventò caldissima proprio a Suzuka, con la collisione numero uno.

Alain e Ayrton erano arrivati a detestarsi, paradossalmente, perché si stimavano enormemente. Ma il trono era uno solo.

La Storia è piena di dualismi feroci dettati dalla consapevolezza che non esiste possibilità di convivenza al potere.

E non solo nello sport.

È stato detto e io sono d’accordo che l’Amore per il nemico è la cosa più nobile. In questa frase c’è tutto quello che ci serve. Ma siamo umani, siamo fragili, siamo deboli. E di guance da porgere ne abbiamo solo due (cit.).

Comunque è stato un grande onore poter raccontare di Senna e di Prost in presa diretta. Io non sono Omero, anche se mi stimo molto (prego cogliere il senso ironico della frase). Ma ho visto Ettore e Achille da vicino. E tanto mi basta.

Ora, Hakkinen e Irvine non erano Achille ed Ettore. E nemmeno Senna e Prost. Eppure, intorno a loro si era creata una situazione emotivamente pazzesca. Creando uno stato di tensione indicibile.

Dopo la sentenza di Parigi, Eddie aveva 4 punti di vantaggio sul finlandese. Ovviamente chiudere il Gran Premio del Giappone davanti a Mika gli avrebbe garantito il titolo. Così come un contemporaneo ritiro.

Al tempo stesso, al pilota della McLaren bastava vincere la corsa. Se Irvine si fosse piazzato secondo, con finale di classifica a pari punti, comunque il campione del mondo sarebbe diventato per maggior numero di successi, cinque contro quattro.

Nemmeno era il caso di perdersi in troppi calcoli. Come dicono gli americani?

Do it or die.

Arrivai a Suzuka il mercoledì precedente la gara. Un treno super veloce mi portò da Tokyo alla cittadina che avrebbe ospitato lo show down.

Il Giappone è un paese meraviglioso. Ha una sua cultura non paragonabile alla nostra, una cultura che meriterebbe di essere approfondita.

Io un po’ ci avevo provato l’anno precedente, nel 1998. Per ragioni di lavoro, in periodi diversi avevo trascorso più di un mese in quella terra. Le Olimpiadi invernali di Nagano. Il Gran Premio di Formula Uno, quello in cui Hakkinen si era laureato iridato per la prima volta. E infine il mondiale di volley, conquistato per la terza volta di seguito dalla fantastica nazionale azzurra di Giani e di Bracci.

I giapponesi sono gentilissimi per modi e nei tratti. Considerano però gli occidentali una razza inferiore. Non te lo diranno mai, ma per loro lo straniero è quasi un alieno.

In compenso, i giapponesi hanno una venerazione per le corse. Per i motori. Ne capiscono, ne sanno. E dunque non uno tra loro era disposto a paragonare il duello Hakkinen-Irvine alla disfida da samurai tra Senna e Prost.

Il giovedì mattina andai al circuito. La luce dell’Estremo Oriente, pallida e quasi filtrata da Dio, non è come la nostra. È meno intensa, ecco. O almeno a me così sembrava.

L’atmosfera nel paddock era elettrica. Gli strascichi della sentenza parigina si avvertivano ancora. Tra un party ed un festino, Max Mosley, il presidente della Fia, aveva impartito una severissima istruzione ai suoi ispettori.

Le verifiche del giovedì dovevano essere estremamente accurate. Non poteva ripetersi un deflettore-gate.

Credo sia stato Franco Battiato a scrivere un verso che più o meno fa: vagavo per i campi del Tennessee, come ci ero arrivato chissà.

E io vagavo tra pile di gomme e mi chiedevo chissà come sarebbe finita quella estenuante partita. Da mesi e mesi eravamo protagonisti di un sabba infernale.

Se a marzo, a Melbourne, mi avessero detto cosa ci aspettava, insomma, avrei riso in faccia al profeta.

Invece, eccoci qua.

Eccomi qua.

Incontro Irvine in borghese. È sempre molto gentile, ma capisco che è divorato dall’ansia.

Si rende conto che una occasione del genere non gli si ripresenterà. Una top model la trovi, se sei Irvine, tutte le sere.

Un titolo da campione del mondo di Formula Uno, eh, beh, no.

Eddie ha la faccia di chi ha appena ascoltato la canzone di Gianni Morandi.

Uno su mille ce la fa.

Invece Hakkinen è insolitamente rilassato. Mi dicono che Ron Dennis lo ha tranquillizzato. Coulthard non farà brutti scherzi, stavolta. E ci mancherebbe.

Sulla pista di Suzuka sta calando la sera. La Fia comunica che tutte le monoposto hanno superato le verifiche.

Per uscire dalla sala stampa e arrivare al parcheggio delle navette stampa, c’è un percorso obbligato.

Devi camminare in un tunnel che passa sotto il rettilineo di arrivo. Se ci passi mentre le macchine stanno girando, avverti una sensazione incredibile.

Ti sembri che quel rumore ti penetri nelle ossa.

È bellissimo.

Marcio nel tunnel. Mi rimbalzano nella memoria i versi di Omero.

Ettore.

Achille.

E all’improvviso un flash.

Accidenti, ma chi determinò l’esito della guerra di Troia?

Ulisse! L’astuto Ulisse. Il callido Ulisse.

E se Ulisse fosse nato a Kerpen?

(Continua)