Spero tutti bene.
Si fa un gran parlare, di solito, della cultura della sconfitta. Cioè della necessità, che ad ognuno di noi appartiene, di imparare dagli esiti infausti, infelici, grami.
È una bellissima teoria.
Peccato che tradurla nella pratica sia un esercizio oltre modo arduo.
Quante volte, nelle nostre vite, non riusciamo a trasformare gli errori in lezioni buone per migliorarci?
Io, ad esempio, non di rado dalle sconfitte mi sono lasciato consumare.
Capito’ anche ad Ayrton.
Quella domenica di fine marzo del 1990, tutto era pronto per la consacrazione.
Senna non aveva mai vinto il Gran Premio del Brasile.
Ad Interlagos, l’eccitazione era fortissima.
Per arrivare dall’hotel al circuito, ci misi due ore. Era tutta una coda. Un frastuono di clacson. Uno sventolare di bandiere verde oro.
Districarsi nel traffico era una impresa. Fu un gimkana tra scalmanati, sudatissimi torceadores che avevano in testa una cosa sola.
Il trionfo del Re senza corona.
Il portale dal quale sempre accedevo al paddock era il numero 7. Si camminava un po’ in discesa e sempre sostavo davanti al busto in memoria di Carlos Pace, pilota brasiliano perito, se ricordo bene, in un incidente aereo.
Di Pace nessuno ha coltivato la memoria ed è un peccato. Al Fuji, nel diluvio del 1976, fu l’unico driver che imitò Lauda, fermandosi poco dopo il via.
Stavo pensando cose così quando un simpatico ciccione, voce di una radio brasiliana, mi si accostò.
O Cauteloso, mi sussurrò, oggi ha zero chance. E non ne avrà nemmeno nell’arco della stagione, Ayrton è spinto da un demone interiore.
O Cauteloso era il beffardo nickname che i brasiliani avevano affibbiato a Prost. Per deriderne la tendenza alla prudenza nelle circostanze estreme, in particolare sul bagnato.
O Cauteloso la mattina si era alzato molto incazzato.
Non era venuto alla Ferrari per partire dalla terza fila. Per giunta, dietro anche a Mansell.
Alain stimava molto Nigel. Solo, riteneva non fosse completo come lui e come Senna.
La cosa struggente, nel delirio di un dualismo che fu ferocissimo per anni, era e rimane questa: Alain ed Ayrton avevano una considerazione reciproca enorme.
Il conflitto era umano.
C’è da qualche parte, sul web, una intervista di Senna, rilasciata nel periodo più esasperato della contesa. Ad un certo punto il mio amico dice, puntando gli occhi nella telecamera: sia chiaro che come pilota Prost è il migliore.
Dopo di me, era il sottinteso.
Comunque, quella domenica di fine marzo del 1990 Senna non se la scordò mai.
Altro che cultura della sconfitta!
In un tripudio di folla che urlava e scampanava con furia inarrestabile, la McLaren del Re senza corona prese il largo abbastanza in fretta.
Era tutto scritto.
Tranne il finale.
Io stavo in sala stampa e scolavo guarana’, niente caipirinha, il piccolo Bernie non permetteva alcolici.
Ecclestone camperà fino a 200 anni e sono contento per lui ma ci sono cose difficili da dimenticare.
Senna viaggiava e il popolo inneggiava. Ogni volta che la Rossa di Prost transitava sul rettilineo davanti ai box, eh, lo sentivi il boato di disappunto, a dispetto del rumore dell’aspirato Ferrari.
Poi, accadde.
Ayrton doveva doppiare il giapponese Nakajima. Era un tipo simpatico, Satoru.
All’improvviso, diventò simpaticissimo a O Cauteloso.
Tra un vidiri e un svidiri, avrebbe scritto Camilleri, la McLaren si toccò con la Tyrrell.
Senna riportò danni alla vettura e fu costretto ad una sosta imprevista.
Prost aveva già sorpassato Berger, che stava sull’altra McLaren. Boutsen si era incasinato con la Williams. E Mansell era dietro, forse intento a chiedersi di cosa diavolo parlasse in continuazione Alain con gli ingegneri di Maranello.
He’s still talking.
Sul circuito calo’ una cappa di silenzio.
Un silenzio tombale.
Decine e decine e decine di migliaia di brasiliani ammutolirono.
Lo conoscevano bene anche loro, O Cauteloso.
Dagli un dito e si prenderà un braccio.
Mostragli un sentiero e ne farà una autostrada.
O Cauteloso al comando.
A Interlagos.
A casa di Ayrton.
Non lo prendono più, avrebbe gorgheggiato Bisteccone Galeazzi.
Non lo prendono più, pensavo anche io.
Berger e Senna inseguivano. Inutilmente.
Il Gran Premio del Brasile 1990 aveva scelto il suo padrone.
Il meno amato, a Interlagos.
Il più detestato, in tutto il Brasile.
Per Ayrton, fu uno shock.
Per Alain, un trionfo.
Il commento del francese, appena sceso dal podio, fu di stampo calcistico.
“1-1. E palla al centro”.
Next step, Imola.
(Continua).
Ps. Buona Pasqua a tutte e a tutti. Sappiamo già, banalmente, che non la dimenticheremo mai. Auguri, di cuore.