Non sempre chi fa il mestiere mio ha la fortuna di incontrare persone indimenticabili.
Più spesso capita di imbattersi in figure che non meritano di essere ricordate (talvolta, nemmeno meriterebbero di essere raccontate, eh).
Ma alla prima categoria appartiene Claudio Costa. Il medico che inventò la Clinica Mobile al seguito degli eroi delle due ruote. Il dottore che ha plasticamente sovrapposto passione e professione.
Domani Claudio compie 80 anni. Faccio presto a dire che ha sempre lo spirito del ragazzino che delirava per i motori.
Mi ha appena mandato un magnifico libriccino. Si intitola “Genio ed epidemia, la storia del dottor Semmelweis- Il salvatore delle Madri”. Attualissimo (purtroppo, eh!).
Ciò che ho sempre amato in Claudio Costa è il tratto umano. Intriso di un misticismo che non tutti siamo in grado di cogliere.
Voglio dire questo.
Ognuno di noi, credente o meno che sia, possiede una coscienza. Ognuno di noi percepisce ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, a prescindere dalle convinzioni religiose, filosofiche, etiche, sociali.
Ecco, a me Claudio Costa ha sempre trasmesso, con le sue opere e con le sue parole, la consapevolezza di essere nel giusto, cercando il bene.
Ha riparato ginocchia, risistemato clavicole, aggiustato polsi, tappato buchi. E ogni volta lo ha fatto in nome di una spiritualità sua.
Mi rendo ben conto che sono concetti difficili, in era social. Qualche odiatore coglione di sicuro obietterà: via, quante parolone inutili per un sega ossa.
Ma qui non intendo convincere nessuno.
Rammento la commozione fortissima provata quando Claudio mi narrò i suoi disperati tentativi di rianimare Renzo Pasolini a Monza, in quella oscena domenica del 20 maggio 1973. E riaffiora la tenerezza per il suo riservatissimo legame con Ayrton Senna, di cui il dottore parlò in pubblico solo quando l’idolo brasiliano non c’era più.
Cosa vuoi che ti dica, caro Claudio.
Hai speso benissimo i tuoi primi 80 anni.
Chissà cosa farai nei prossimi 80.
Intanto, grazie.