Conviene scriverlo prima, a scanso di equivoci.
Mattia Binotto non sarà ai box di Austin per il Gran Premio degli Stati Uniti.
Ma era già previsto.

E’ atteso invece in Messico la settimana successiva.

Inoltre non sarà la prima volta: già nell’arco della stagione è capitato che il direttore tecnico della Ferrari abbia seguito dalla fabbrica l’attività di un week end da corsa.
Ma, appunto, conviene raccontare la cosa, come ho appena fatto, perché da giorni e giorni circolano storie storielle sullo stato dell’arte all’interno del reparto corse di Maranello. E dunque una assenza non “spiegata”, in un momento così, potrebbe prestarsi a immaginabili interpretazioni.
La mia posizione sulla intera vicenda, se così vogliamo chiamarla, è nota.
La ripeto.
Molto banalmente, io credo che in qualunque azienda la chiarezza dei ruoli e la corretta ripartizione delle competenze siano fondamentali.
Non è necessario che le persone si trovino simpatiche o che vadano tutte le sere a cena assieme.
Semplicemente, debbono condividere gli obiettivi, dialogando nel rispetto reciproco. Non è che da Arrivabene e Binotto io pretenda la prova d’amore: non me ne frega niente.
In compenso, immagino che Camilleri, che riservatamente molto si è speso in queste giornate complesse, abbia il diritto di esigere una Ferrari da Gran Premio unita. La coesione interna è la premessa indispensabile per cercare di portare avanti un piano, un progetto, un programma. Fino a meno di due mesi fa, la Rossa di Vettel era in lotta per il titolo, meritatamente. La crisi d’autunno, per quanto repentina e dolorosa, non può azzerare quanto di buono era stato fatto. Perché molto di buono era stato fatto, secondo me.
Aggiungo che non ho alcun dubbio su una cosa, che non esito a considerare preoccupante.
Toto Wolff sta attentamente monitorando la situazione.
Del resto, ci ha fatto l’abitudine.