Mi è già capitato di raccontare come le atmosfere del primo Gran Premio dell’anno mi restituissero le sensazioni del primo giorno di scuola vissuto da bambino.
So che da fuori può sembrare strano, prevalendo l’effetto del business, il clamore dei media, le luci della ribalta.
Invece per me e’ sempre stato così. Arrivavo nel luogo del debutto e rivedevo di botto decine, anzi, centinaia di persone sparite per mesi dai radar della mia vita. Colleghi. Meccanici. Ingegneri. Team principal.
Figuratevi quando non esisteva Internet (eh, c’ero già!) e quindi senza e mail, senza smartphone eccetera, insomma, se eri lontano eri lontano, riga (tra parentesi: quando sono andato a Broadway a vedere Springsteen a teatro, Bruce ha raccontato di quando, durante un tour, smarrirono un musicista della band nel Kentucky. Erano gli anni Settanta/Ottanta. Allora, se ti perdevi, ti perdevi per sempre. Narrazione irresistibile. E chissà, per certe cose perdersi era pure meglio. Chiusa parentesi).
Il primo giorno di scuola più intrigante fu in Bahrain, proprio lì!, nel 2010.
Esordiva Alonso sulla Ferrari e vinse subito. Fu un momento incoraggiante, tra l’altro Massa arrivò secondo con l’altra Rossa. Sarebbe poi finito tutto a donne di facili costumi, in scia a Petrov. Ma chi poteva immaginarlo, quella domenica?
Però, a colpirmi non fu il debutto felice di Fernando. No. Fu una macchia d’argento.
Era il giovedì. Il paddock di Sakhir è lungo e largo, per capirci rispetto a Imola o a Monza pare una autostrada.
Io procedevo in un verso e dalla direzione opposta si muoveva verso di me un uomo tutto in grigio. Anzi, argento. Indossava la tuta da pilota, con la parte superiore arrotolata alla vinta.
Fu allora che mi arresi alla evidenza.
Michael Schumacher era davvero un pilota della Mercedes.
Per mesi avevo rimosso l’idea, esorcizzandola.
E invece, eccolo qua.
Eccoci qua.
Lui aveva attorno due o tre persone dello staff.
Incrociammo per un attimo gli sguardi.
Non so se si accorse del mio stupore. Probabilmente manco mi riconobbe.
Con l’i Phone scattai una foto. Non un selfie, manco rammento se nel 2010 i selfie fossero già tra noi.
Da qualche parte, scaricata su qualche computer, debbo avercela ancora.
Avevamo un grande avvenire dietro le spalle.
E in fondo, eh, in fondo ne eravamo tutti consapevoli.