Spero tutti bene.
Il 21 marzo 1960 nasceva un bambino laggiù in Brasile.
Dedico a lui le mie riflessioni. Stasera in diretta Skype funzionando ne parlerò su Sky insieme a mio fratello Fabio TAVELLI dalle 19 alle 20. E su quotidiano.net ci sono i miei video.

Poi riprenderò il racconto del rocambolesco mondiale del 1999.
Ciao.
Oggi Ayrton Senna compie 60 anni. Uso il verbo al presente per la semplice, banale ragione che davvero chi è stato amato non morirà mai e ce ne rendiamo tutti conto in queste giornate tremende. Vivremo fin quando ci sarà qualcuno, nel mondo, in grado di ricordarci.
Io e Ayrton eravamo coetanei. Classe 1960, entrambi. All’anagrafe eravamo divisi da appena tre giorni. Diventammo amici tramite un bravissimo fotografo bolognese, Angelo Orsi. Lui, il mago del click, aveva conosciuto Senna quando ancora era un aspirante pilota sui kart. Orsi mi presentò il brasiliano a fine anni Ottanta. Ricordo ancora la sua frase: voi due siete fatti per essere complici.
Era vero. Io ho un rimpianto enorme, che rimarrà con me fino alla fine. Quel sabato, il 30 aprile 1994, un incidente sulla pista di Imola aveva appena spezzato la vita di Roland Ratzenberger, il milite ignoto della Formula Uno, un austriaco sconosciuto. Senna era stato l’unico, tra i suoi colleghi, a precipitarsi sul luogo dello schianto. E volevano pure multarlo, per quel gesto di umana disperazione.
Bene. Anzi, male. Mezz’ora dopo, dietro i box di Imola, incrociai Ayrton. Era sgomento. Con un cenno gli feci capire che desideravo scambiare due parole. Con uno sguardo, mi segnalò che no, non era il caso, meglio domani.
Non esiste domani! L’1 maggio Senna morì contro il muro del Tamburello e certo quello era il suo destino e nulla sarebbe cambiato se anche ci fossimo fermati a conversare. Ma io ho la traccia di quel dolore che non passa, non è passato mai.
Sapete, non accade spesso, nemmeno a un cronista fortunato come me. Non capita spesso, intendo, di poter raccontare le imprese di un campione che ha la tua età, ha i tuoi stessi slanci, ascolta le stesse canzoni, vede gli stessi film, partecipa alle stesse emozioni generazionali.
Con Ayrton è stato così. Lui era un grandissimo, un asso del volante. Gli ho visto fare cose meravigliose in pista, a Pasqua del 1993 a Donington, in mezzo ad un diluvio apocalittico, vinse in modo fantastico.
Eppure, non me ne frega niente. Mi frega che quella sera, uscendo dal circuito, ci incontrammo per caso per un attimo e mi disse: beh, tua figlia Elena neanche ha tre anni, raccontale la storia di questa gara così quando sarà più grande e io guiderò la tua Ferrari avrà un motivo in più per tifare per me…
Io vorrei che Ayrton l’avesse guidata, la Ferrari. Vorrei che avesse sessant’anni come me, vorrei parlare con lui dei film e delle canzoni di oggi, vorrei aver potuto scrivere che di mondiali di Formula Uno non ne ha vinti soltanto tre ma molti, molti di più.
E invece finì tutto quella domenica 1 maggio 1994 a Imola e due giorni dopo, martedì 3, facemmo l’ultimo viaggio insieme.
Volo Varig da Parigi a San Paolo. Business class. Lui nella bara, sistemata lì, tra i passeggeri, avvolta nella bandiera verde e oro del Brasile che amava tanto. E io di fianco.
Ci siamo parlati tutta la notte, Ayrton. Non mi crederà mai nessuno, eppure la sentivo ancora, la tua voce.
La sento ancora, sai?