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Amon, un libro sull’uomo che scopri’ VilleneuveLeo Turrini - 18 aprile 2022
Faccio una ulteriore concessione alla memoria bella, prima del tuffo nelle emozioni del Gran Premio dell’Emilia Romagna e del Made in Italy. È già ordinabile su Amazon e altre piattaforme on line un gioiello letterario di Emiliano “Stella stai” Tozzi, detto anche “Gloria”, “Tu”, “Ti amo” in quanto forse lontanissimo parente dell’Umberto cantautore. Questo Tozzi, […]

Faccio una ulteriore concessione alla memoria bella, prima del tuffo nelle emozioni del Gran Premio dell’Emilia Romagna e del Made in Italy.
È già ordinabile su Amazon e altre piattaforme on line un gioiello letterario di Emiliano “Stella stai” Tozzi, detto anche “Gloria”, “Tu”, “Ti amo” in quanto forse lontanissimo parente dell’Umberto cantautore.
Questo Tozzi, detto pure “Notte Rosa” e “Si può dare di più”, ha appunto dato di più scrivendo uno splendido libro dedicato a Chris Amon.
Amon veniva dalla Nuova Zelanda, vinse con la Ferrari le più prestigiose classiche di durata e misteriosamente non vinse mai un Gp di F1.
Al personaggio, scomparso nel 2016, Tozzi, detto anche “Qualcosa qualcuno”, si è avvicinato con il garbo del romanziere e la passione dell’innamorato.
Aggiungo che l’autore è un veterano nobile di questo Clog: si firma Emiemi, io lo confondo con il rapper Eminem ma in realtà nella vita è un tenore. E scrive proprio bene.
Il libro (Chris Amon, la sfortuna non esiste) è pubblicato dal valoroso editore Minerva. Verrà presentato venerdì sera in centro a Imola, non dico da chi.
Sotto un estratto dell’autore, detto anche Gente di mare.
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Emiliano Tozzi
“Perché non provi a scrivere un libro su Chris Amon?”
Chiacchiere tra amici via telefono. Dopo. Sempre dopo. Si capisce. Cosa quelle chiacchiere siano state capaci di compiere. Eppure, di te, gli amici a volte sanno cose che nemmeno tu sei in grado di sospettare. Il pilota sfortunato. Incapace di vincere un Gran Premio di Formula 1, nonostante il suo eccelso e riconosciuto talento. No, per me Chris non e mai stato solo quello. Me ne accorsi un giorno d’autunno in una solitaria passeggiata in autodromo a Imola come ogni tanto mi è capitato e mi capita di fare. Quando le foglie di acero hanno un rosso del tutto particolare, ambrato e profondo. L’albero accanto al monumento di Villeneuve come per quello nel mio giardino di casa mai potranno sottrarsi a questo loro vestito autunnale. Nella stagione in cui ogni cosa appassisce e si addormenta, il colore su quei rami me ne rese più vivo il ricordo. Dentro ogni foglia rossa dell’albero di Gilles c’era la memoria di Amon: fu Chris a suggerire il nome di Villeneuve ad Enzo Ferrari, nel 1977. E fu Amon a propiziare quella telefonata che giunse dall’Italia per portare il piccolo aviatore canadese a Maranello. Ecco la chiave. Il passaggio imprescindibile che unisce per sempre il nome di due piloti. Il più coraggioso e il più sfortunato.  No.
Perché Amon con la sua sensibilità nella guida non fu solo un pilota iellato. Fece innamorare di lui Forghieri, regalandogli la più bella Ferrari di sempre. Quella P4 vincente in parata a Daytona nel ’67. Una macchina venuta pronta in pochi mesi dopo un meraviglioso lavoro di messa a punto portato avanti con Bandini. Fu colui che a Spa insieme a Furia, nel ’68 fece scoprire al mondo intero di cosa fosse capace un alettone montato sul posteriore di una vettura da Gran Premio. E fu sempre lui che con le proprie intuizioni lasciò alla Ferrari un motore in grado di dominare la scena della Formula 1 anni ’70, coi titoli di Lauda e Scheckter. Quel V12 piatto così fuori dagli schemi nella sua rivoluzione a baricentro basso. Basculante Garrincha per bielle e pistoni.
E poi quella ragione del cuore. Nell’aver visto il suo sguardo attraversato dal seme del mito.
Quel ricordo più forte di tutti. Quelle parole che portarono Gilles a essere pilota Ferrari in un atto di fede compiuto da Chris. Qualcosa oltre una semplice raccomandazione al Commendatore.
Fidatevi non ve ne pentirete. Lorenzo, Niki, Jody.  E poi Gilles. Fino a quella foglia d’acero rossa tenuta nella mia mano, che mi avrebbe portato a scriverne. Per raccontare una storia. In cui la sfortuna è solo una piccola parte di sé.