Spero tutti bene.
Procedo con il racconto del mondiale di F1 del 1990. Può essere che la mia memoria scivoli su qualche buccia di banana. In tal caso, pur non essendo io ancora asceso al trono di Pietro, beh, “se sbaglio mi corriggerete”.
Phoenix aveva un fascino particolare, per me che ho l’intera collezione di Tex (giusto stamattina ho letto il nuovo numero, sempre degno della tradizione).
Il West.
Il rodeo.
L’America dei nativi.
Quel vago senso di colpa cui non ti puoi sottrarre se hai consapevolezza della Storia dei soprusi.
Soldato blu.
Seppellite il mio cuore a Wounded Knee.
Chissà se tutte queste reminiscenze passarono per la mente di Jean Alesi, mentre su un circuito assurdo duellava con il Re senza corona.
Con Ayrton.
Alesi lo avevo conosciuto una estate prima, al Castellet. Gran Premio di Francia.
Ero arrivato fin lì in macchina. L’estate del 1989 profumava di speranza.
Forse la felicità ti sfiora e tu non te ne accorgi, se non quando è passata, perduta per sempre. Forse oggi, in questo bisesto e funesto 2020, comprendiamo cosa abbiamo perduto per stoltezza, superficialità, citrullaggine.
Ma era il 1989 e Alesi debuttava con la macchina del Boscaiolo.
Boscaiolo era il soprannome di Ken Tyrrell. Uno che io adoravo non solo per via di Jackie Stewart e per il dolore da adolescente provato quando morì Cevert.
Io adoravo il Boscaiolo per la monoposto a sei ruote. Era il 1976, facevo il ginnasio ed impazzimmo tutti per quella macchina folle.
Sei ruote!
Talvolta la creatività dell’essere umano si spinge oltre. E con quella vettura folle il grande Scheckter ci vinse pure una corsa, se non rammento male in Svezia.
Poi dissero che le ruote dovevano essere quattro ed iniziarono ad uccidere la fantasia.
Ma sto divagando.
Nel 1989 Alesi aveva dato spettacolo. Quarto all’esordio. Un guerriero, mezzo francese e mezzo siciliano. Ignoravo che saremmo diventati amici.
A Phoenix, quella domenica di marzo del 1990, Giovannino si era superato. Guidava una Tyrrell che era un progetto degli ex ferraristi usciti da Maranello per contrasti con Barnard. In Ferrari non ci siamo mai fatti mancare le faide interne.
Do you remember 2018?
I do.
Alesi aveva un istinto di guida fantastico. Era anche, lo avrei compreso poi, non altrettanto fantastico nel “capire” una monoposto, nell’indirizzarne lo sviluppo.
Non si può avere tutto, nella vita.
Lì in Arizona, però, bene assecondato dalle gomme Pirelli, Jean volava. Vinse il Re senza corona, perché Senna su un tracciato cittadino lo battevi solo se gli sparavi.
Ma fu una Epifania, per Alesi. Tanto che già a fine Gran Premio si sparse la voce che il ragazzo aveva firmato un pre contratto con la Williams per il 1991.
Solo che aveva già un contratto con il Boscaiolo.
E qualcuno cominciava a dire che anche la Ferrari era interessata al francese di Sicilia.
Me ne dovrò occupare tanto, di questo intrigo. Per ora mi limiterò ad evocare il concetto delle sliding doors.
Se a fine 1990 Alesi avesse azzeccato la scelta giusta, minimo minimo avrebbe vinto due mondiali.
Sliding doors, appunto.
Invece volle la Ferrari e se non altro ebbe come ricompensa l’affetto di tanta, tanta gente.
Ancora oggi, suo figlio, che sogna di diventare un asso del volante, vive dalle mie parti e si accorge di quanto il popolo Rosso abbia voluto bene a suo papà.
Ne approfitto per dire che Alesi (padre, intendo) mi diede una definizione splendida di Jean Todt, che fu suo capo a Maranello dall’estate del 1993 a fine 1995.
“Nel suo lavoro è il più bravo di tutti ma gli manca l’empatia, forse perché pensa che la ambiguità sia un vizio necessario”.
E non trovo parole più adatte per commentare l’ultimo intervento del Pinguino sulla opaca vicenda del motore Ferrari.
L’ambiguità come vizio necessario (per loro, The Others).
Sull’argomento, altro non ho da aggiungere.
Dov’ero rimasto?
L’Arizona di Alesi.
E di Senna.
1-0 per l’asso della McLaren.
Ferrari, non pervenute.
Prost, ritirato.
Mansell, ritirato.
Pessima la prima.
Fu alla fine di quella domenica che decisi di ribattezzare Cesare Fiorio, sui miei giornali, “Lo Scuro”.
Infatti causa esito della corsa la sua promettente abbronzatura aveva improvvisamente virato sul nero pece.
E adesso poi dovevamo andare in Brasile.
A casa del Re senza corona.
A casa di Ayrton.
In mezzo ad una moltitudine di paulisti ferocemente incazzati per le vicende del 1989.
Su Phoenix stavano calando le ombre della sera e Fiorio si confondeva con il buio.
Incrociai Mansell che stava lasciando il circuito.
Si fermò a dire due parole con il capannello di cronisti.
Ad un certo punto uno gli chiese: e Prost, come l’ha presa?
Il Leone, ah, il Leone.
Che mito.
“Alain is still talking”.
In effetti, Prost stava ancora parlando con gli ingegneri.
(Continua)