Quando ero ragazzino, l’allora segretario del Pci, Enrico Berlinguer, lanciò la proposta del ‘compromesso storico’.

Tranquilli, come sempre non parlerò di politica.

Voglio solo dire che quella formula poteva semplicemente essere interpretata come un invito a individuare un punto di equilibrio tra convinzioni in partenza diversissime.

Ora voi direte che sono un bel caso di paraculo e insomma sto coprendo dietro un austero slogan la mia incapacità di decidere: e probabilmente è vero.

Eppure, sono arrivato alla conclusione che state per leggere.

In terza posizione nella Griglia della F1 1975-2015, colloco, ex aequo, Alain Prost e Niki Lauda.

Va mo là.

ALAIN PROST

Molti tra voi felicemente ignorano il mio libro più bello: è quello che dedicai a Gino Bartali, nel remoto 2004. Mi ha dato enormi soddisfazioni, è stato ristampato in tutte le salse, insomma, è come un figlio per me.

Ebbene, io Bartali lo avevo conosciuto nel 1979 e  poi incontrato non di rado negli anni successivi.. Una volta mi disse una cosa bellissima, che qui riassumo alla buona. Vedi, mi spiegò, il destino è stato crudele con Fausto Coppi, spezzandone la vita troppo presto. La morte prematura dell’eroe trasforma il campione in Mito, aggiunse, e fatalmente chi ne è stato avversario nell’agonismo viene sminuito, svalutato, ridotto al rango di mero antagonista. Tanto, al rivale sopravvissuto resta il bene più grande, l’esistenza.

Ecco, avendo delirato per Senna e tantissimo sofferto per lui, ecco, io credo che Prost abbia subito lo stesso trattamento. Più si ingigantiva nel ricordo la figura del brasiliano, più Alain svaniva in dissolvenza. E questo non è giusto, come non è stato giusto nei confronti di Bartali.

Certamente Prost non era un soggetto simpatico. A me è capitato di scontrarmi con la sua alterigia nel breve suo periodo ferrarista, sull’Equipè traducevano i miei pezzi per dimostrare che in Italia il Professore aveva troppi nemici. E invece lo stimavo, gli ho visto fare cose straordinarie al volante, da giovane prima e da veterano poi. E comunque non stai al top in Formula Uno per oltre dieci anni, attraversando epoche tecnologiche diverse, se non sei un fuoriclasse.

Non starò qui a dire cosa non funzionò nell’esperienza a Maranello. Dirò che Prost non poteva permettersi la pazienza che poi ebbe Schumi e Fiorio non era Todt e qui mi fermo. Ma debbo invece aggiungere, considerando io Senna un fenomeno, che Prost mica era tanto male, se confrontiamo gli esiti della coabitazione in McLaren.

Taccio sulle dinamiche di un astio, quello tra lui e Ayrton, che sconfinava nell’odio.  So che prima della fine si erano ritrovati e mi basta. Non ci fu, all’apice della collisione umana, un buono e un cattivo. Erano uguali nelle volontà e nelle pretese, non poteva non finire a schifio, in pista.

Bartali mi diceva: a me il destino ha lasciato una esistenza lunga e felice, a Fausto ha tolto tutto troppo presto e in sede di racconto storico mi hanno assegnato la parte dell’usurpatore. E’ accaduto, sta accadendo ancora a Prost. Anche, in misura infinitesimale, per colpa mia. E non è giusto.

NIKI LAUDA.

Ah, ecco. Esilarante situazione. Ogni tanto mi imbatto in giro in persone che mi dicono: ah, ma quanto era grande Niki? E io rispondo: ma tu quanti anni avevi, nel 1976? Mi informano che nemmeno era ancora nati e allora io penso, con affetto: su, va a dar via e ciapp.

Cioè, vale per Lauda quanto ho tentato di illustrare a proposito di Gilles. Questo austriaco devi averlo vissuto con almeno l’età da quinta elementare per comprendere la assoluta grandezza. Se no te lo fai narrare, magari dal qui presente, oppure da ‘Rush’, che per inciso a me è piaciuto, è un film garbato su una vicenda epocale.

Lauda ha portato la Formula Uno nel futuro. Qualcuno sostenne, in tempo reale, che non era una buona cosa, perché andava a finire l’era del pilota vitellone-playboy-modelle-troiacce-ricchi premi e cotillons. Non so, ero un ragazzetto, i box che ho visto io erano già stati depurati da tali atmosfere.

Ma Niki era dieci chilometri avanti. Fu il leader di una generazione moderna, che introduceva la cura per l’alimentazione, la preparazione fisica, l’ossessione per i dettagli, eccetera, al centro di un mestiere spaventosamente pericoloso (allora, di sicuro).

E ciò nonostante, pur essendo agli antipodi rispetto a un Regazzoni o un Hunt, proprio Lauda ebbe in sorte dal fato la chiamata alla prova più dura. Lui, il computer, il robot, il ragioniere, secondo le tante etichette appiccicategli da una stampa che era già banale 40 anni fa, figuratevi adesso!, lui, proprio lui, dovette reincarnare la figura surreale dell’Uomo Invulnerabile. Scottato, bruciato, divorato dalle fiamme, di nuovo in pista a Fiorano dopo 40 giorni e io stavo lì accanto a lui e vedevo il sangue che colava sotto le garze e pensavo, ‘ma no, è un pazzo, non può correre, non per un anno almeno’ e invece lui disputò il Gp a Monza cinque giorni più tardi e da quegli istanti decisi che poteva permettersi qualunque cosa, sarebbe stato sempre il mio idolo.

Lo è stato e lo rimane, anche se aveva ragione Ferrari, non si fosse allontanato da Maranello per ripicche male assortite dopo la Reconquista del 1977, sì, avrebbe eguagliato Fangio prima di Schumi. E del resto anche lui doveva immaginarselo, quando si fermò ne diluvio giapponese del 1976, che tanti avrebbero dubitato della effettiva consistenza del suo recupero fisico e mentale. Ma, attenzione, il Vecchio non lo licenziò e vorrei proprio sapere in quanti, al posto del ferocissimo Enzo, il lunedì post Fuji avrebbero confermato la fiducia al Ferito del Ring, scrivendo: deve essere lui a dirmi se intende continuare, io non lo manderò via..

E insomma per tanti motivi io Lauda, avendolo vissuto e conosciuto, lo avrei messo addirittura in cima alla classifica, se lo meriterebbe anche per quanto ottenne ritornando in piena era turbo a duellare con il Prost di cui sopra, ma lo sapete, sì che lo sapete, ci sono due esseri umani che…