Mi pare di averlo già raccontato una volta. La 24 Ore di Le Mans è uno dei pochissimi grandi eventi dello sport che non ho mai avuto modo di seguire dal vivo. Posso dire a mia discolpa che, una volta lasciata l’adolescenza, questa grande classica dell’automobilismo non veniva più onorata al massimo livello della Ferrari, concentratasi esclusivamente sulla Formula Uno dei giorni gloriosi di Lauda.
Ma ugualmente mi dispiace. A Le Mans di sicuro si respira la cultura delle corse, perché esiste una cultura delle corse. E poi in quel luogo hanno trionfato piloti amici miei, come il conterraneo Baldi, come il fagianello Martini, come il rimpianto Alboreto, come i cari Barilla e Pirro.
Stavolta dicono tutti che all’elenco dei vincitori si aggiungerà il nome di Fernando Alonso. Parte favoritissimo con la Toyota. Sarebbe una bella cosa per lui e non ha senso qui riproporre le solite, noiose riflessioni su una carriera poteva essere, nei Gran Premi, molto diversa.
Io rispetto e ammiro la voglia dell’ex ferrarista di cercare altrove emozioni che in Formula Uno non riesce più a provare. E’ bello, mi riporta ad un automobilismo nel quale il driver non faceva troppe differenze tra ruote coperte e ruote scoperte.
A un livello agonisticamente più basso, io farò il tifo per Andrea Bertolini. La sua storia di asso mancato (in Formula Uno, intendo) per mancanza di appoggi economici mi ha sempre intenerito e poi l’episodio di Schumi che lo “scopre” vedendolo guidare a Fiorano da collaudatore del reparto esperienze, insomma, varrebbe un film su Netflix.
Potete parlare qua di Le Mans e anche di MotoGP se vi va, tanto poi avremo tre week end di ferro e di fuoco con Vettel…