Pubblicato il 31 luglio 2018

‘Notizie di poesia’. Luglio, il post del mese (con i vostri commenti)

Firenze, 31 luglio 2018 – Risultati non del tutto prevedibili, quelli del mese di luglio. Non tanto per quel che concerne il gradino più alto del podio della classifica, che va a “Pasolini e la terra di lavoro”: un post il cui successo riscosso riconferma l’affezione che i lettori delle nostre “Notizie” nutrono nei riguardi del […]

Ultimo aggiornamento il 31 luglio 2018 alle 02:00

Firenze, 31 luglio 2018 – Risultati non del tutto prevedibili, quelli del mese di luglio. Non tanto per quel che concerne il gradino più alto del podio della classifica, che va a “Pasolini e la terra di lavoro”: un post il cui successo riscosso riconferma l’affezione che i lettori delle nostre “Notizie” nutrono nei riguardi del poeta delle “Ceneri”. Stupisce invece, e insieme beninteso allieta e molto inorgoglisce, il fatto che al secondo posto si attesti, assieme al poeta degli “Strumenti umani” Vittorio Sereni (con Guidami tu, stella variabile. Vittorio Sereni ), un poeta altissimo ma certo non facile come Paul Celan (con Nel mareggiare di errabonde parole. Paul Celan). Sorpresa anche maggiore, volendo, per il terzo posto, da attribuire (e sia pure aiutato dalla suggestione mitologica di una tema, che indubbiamente di per se stessa ha sollecitato adesioni e commenti) ad un poeta spagnolo che solo per la seconda volta presentiamo ai lettori, Luis Cernuda, con Cernuda e le sirene. Un’ottima classifica, dunque, perfettamente bilanciata in area novecentesca tra rilevanti poeti italiani ed internazionali.

Tra i vostri commenti pasoliniani ne selezioniamo tre, ma tutti appaiono meritivoli, come al solito, di essere letti e meditati. Stavolta, in particolare, segnaliamo quanto hanno scritto Antonietta Puri, Aretusa Obliviosa (che ringrazio per il ricordo, sapendo chi si cela dietro lo pseudonimo dannunziano) e tristan51. Rispettivamente: “Dal finestrino di un treno per pendolari, un treno mezzo vuoto nel freddo autunnale, osservare gli elementi del paesaggio che ne denunciano l’ appartenenza al Meridione, anzi a quello spicchio di suolo denominato ‘Terra del lavoro’; osservare poi i rari passeggeri del treno, gente che guarda con occhi indolenti e disincantati la vita che gli scorre davanti… Meditare, con animo ancora fervido, sulla condizione umana di queste persone taciturne, che vivono la povertà come una colpa, ognuno con la propria storia senza storia di fame e di servitù, gente il cui rossore sugli zigomi rivela una specie di vergogna nell’improvvisa passeggera coscienza di avere un’anima… E poi accomunare nel proprio sentire tutti i derelitti della terra e ricordare un tempo in cui nei loro occhi si leggeva, insieme a quella del corpo, un’altra fame: la speranza di liberarsi dal sopruso e dalla miseria, la speranza, anzi la fede, del riscatto sociale e morale… Non più ora; ora i miseri del mondo non hanno più come solo nemico il padrone delle terre, ma anche quella cosa astrusa, quell’astrazione inventata dagli intellettuali che ha sostituito la parola ‘fede’ con ‘ideologia’: cosa che non appartiene a questa gente perché vola troppo alta sulla loro testa e a volte postula lo spargimento di sangue… E così, il viaggiatore Pasolini si rassegna sul triste futuro di queste terre e di chi le abita, mentre rimpiange il gusto forte delle antiche passioni. Nel frattempo, un sole al tramonto che si mescola alla pioggia sembra accendere una favilla di speranza nel cuore di quei poveretti e il poeta avverte un senso di compassione per la loro sorte, sentendo con sgomento che anche la sua pietà ha un peso su quelle anime, come un’altra nemica. Questo è Pasolini: affascinante, appassionato, spiazzante, talvolta irritante, spesso irriverente e provocatorio, uno che scava fino in fondo la realtà mettendocisi tutto. Uno la cui voce, a tanti anni dalla sua morte, si fa sempre sentire chiara e forte!”; “Abbiamo parlato tante volte, Professore, dei personaggi di Tozzi come di un’umanita appena abbozzata e orfana di un dio. In questo treno pasoliniano ci sta un’umanità certo non meno orfana, non meno colpevole e inconsapevole. Quando tutto è tolto, anche l’anima, che pare privilegio di una dimensione appartenente alla storia e ad una campagna solo visibile al di fuori di un finestrino ma non tangibile, non resta che il corpo. Corpo – lo ripeto – inconsapevole e incapace di cogliere nella magmatica umanità che gli è estranea il bene dal male, l’amico dal nemico. Sono partita da Tozzi per arrivare a Pasolini, passando in entrambi i casi attraverso il riferimento a corpi di poveri cristi orfani di un padre. E l’ho fatto nella consapevolezza che il piano esistenziale in Pasolini sconfina, contrariamente a quanto accade nelle pagine del senese, in quello sociale, civile e storico. La grandezza di Pasolini sta anche in questo: la sua descrizione più vivida è quella di un’Italia reietta, ignorata, o semplicemente non raccontata dal resto dell’intellighentia a lui contemporanea. Pasolini è anche per questo, a mio modesto parere, forse il più lucido intellettuale, forse l’unico poeta civile del secondo novecento italiano. Coraggiosamente e scandalosamente. Ma la cosa più commovente è l’aver saputo cogliere in quei corpi, ignari, ultimi ed esiliati dalla storia, la vita”; “Pasolini individua nell’endecasillabo e nella terzina dantesca in aggiornata accezione novecentesco-pascoliana un affidabile strumento per raccontare il sociale e la cronaca che si fa Storia: una moderna narratività poetica che trova nei poemetti delle ‘Ceneri di Gramsci’ la sua tenuta più compatta e il suo momento più alto. Poi, già con le raccolte degli anni Sessanta, la bilancia oscillerà pericolosamente: quel tentato e di per se stesso miracolosamente instabile equilibrio non regge, quella forma sperimentata con profitto si sfalda e la poesia cambia faccia, prestandosi a mille oltraggi e a mille nuove identificabilità: sino a fare di se stessa, di se stessa com’era stata tra passione e ideologia un tempo, una contraddizione instante o un recidivo simultaneismo”.

Buona estate a tutti, e a domani con nuove poesie e nuovi autori!

Marco Marchi

Pasolini e la terra di lavoro

VEDI I VIDEO “La terra di lavoro” letta da Pier Paolo Pasolini , “Il canto popolare” letto da Pier Paolo Pasolini , “Profezia” letta da Toni Servillo , “Che paese meraviglioso era l’Italia…” letto da Toni Servillo

Firenze, 4 luglio 2018 – Pasolini ha sempre voluto esprimere se stesso e con se stesso tutta la realtà. Nel fare questo ha partecipato al suo tempo in uno sforzo appassionato, culturalmente e poeticamente nutritissimo, di autonarrazione ed autointerpretazione che lo ha condotto lontano e lo ha progressivamente isolato in misura sempre maggiore. Ma in lui una consapevolezza risulta ben radicata: «I poeti appartengono sempre a un’altra civiltà» (Bestia da stile).

E’ così che Pier Paolo Pasolini, prima di tutto un poeta, consegna alla poesia e non ad altri mezzi  le sue spregiudicate registrazioni, i suoi spiazzanti proclami eretici e le sue profezie. «Mendico per i ghetti» del mondo, «cupo d’amore», il profeta in versi non può elemosinare alleanze e consenso, ma deve ancorarsi eroicamente alla sua natura di «animale senza nome», retoricamente «libero d’una libertà» che massacra, alla sua unica certezza infelice: «di essere il reietto di un raduno / di altri: tutti gli uomini, senza distinzione, / tutti i normali, di cui è questa vita» (La realtà, in Poesia in forma di rosa).

La poesia – «tentazione di santità», secondo l’efficacissimo ossimoro dissimulato nei versi della Realtà – sembra ancora permettere di sfuggire, dopo un libro come Le ceneri di Gramsci, ad ogni ipostatizzazione, dal momento che coglie e vocalizza l’antitesi; in lei «tutto può avere una soluzione», perché non pretende coerenza e affidabilità, strettoie soffocanti del sistema, ma sopporta l’unica misura di libertà e d’igiene intellettuale consentita all’artista, lo scandalo: «Nessun artista in nessun paese è libero. / Egli è una vivente contraddizione». L’intima sineciosi non consente in effetti a Pasolini lunghe epochè, trascinandolo piuttosto in continue, esplosive scelte di contraddizione, quasi che questo costituisse l’unico modo per mantenersi coerente con la sua intangibile, tenebrosa ed accecante distanza.

Nessuna patria gli appartiene, nessuna casa lo può più proteggere dal suo interiore rovello; non può smettere di sfuggire perché è poeta nell’intimo, è il «segnato», vittima e profeta. Come già dicono versi di Roma 1950: «Non tornerò / dalla periferia / di Roma o del Mondo, secondo il destino del Figliol Prodigo, / su cui voi sareste pronti a scommettere, / borghesi volgari e borghesi squisiti, / o meglio, tornerò, se così è umano, / ma andando sempre più lontano». I confini della denuncia, tra delusioni e nuove solidarietà alternative intraviste, si allargano, e un indirizzo di sperimentazione operativa per via poetica, al di là di ogni futura, esibita ed aggravata  impraticabilità della speranza, si riconferma.

Marco Marchi

La terra di lavoro

Ormai è vicina la terra di lavoro, 
qualche branco di bufale, qualche 
mucchio di case tra piante di pomidoro,

èdere e povere palanche. 
Ogni tanto un fiumicello, a pelo 
del terreno, appare tra le branche

degli olmi carichi di viti, nero 
come uno scolo. Dentro, nel treno 
che corre mezzo vuoto, il gelo

autunnale vela il triste legno, 
gli stracci bagnati: se fuori 
è il paradiso, qui dentro è il regno

dei morti, passati da dolore 
a dolore – senza averne sospetto.
Nelle panche, nei corridoi,

eccoli con il mento sul petto, 
con le spalle contro lo schienale, 
con la bocca sopra un pezzetto

di pane unto, masticando male, 
miseri e scuri come cani 
su un boccone rubato: e gli sale

se ne guardi gli occhi, le mani, 
sugli zigomi un pietoso rossore, 
in cui nemica gli si scopre l’anima.

Ma anche chi non mangia o le sue storie 
non dice al vicino attento, 
se lo guardi, ti guarda con il cuore

negli occhi, quasi, con spavento, 
a dirti che non ha fatto nulla 
di male, che è un innocente.

Una donnetta, di Fondi o Aversa, culla 
una creatura che dorme nel fondo 
d’una vita d’agnellino, e la trastulla

– se si risveglia dal suo sonno 
dicendo parole come il mondo nuove – 
con parole stanche come il mondo.

Questa, se la osservi, non si muove, 
come una bestia che finge d’esser morta; 
si stringe dentro le sue povere

vesti e, con gli occhi nel vuoto, ascolta 
la voce che a ogni istante le ricorda 
la sua povertà come una colpa.

Poi, riprendendo a cullare, cieca, sorda, 
senza neanche accorgersi, sospira. 
Col piccolo viso scuro come torba,

in un muto odore di ovile, 
un giovane è accanto al finestrino, 
nemico, quasi non osando aprire

la porta, dare noia al vicino. 
Guarda fisso la montagna, il cielo, 
le mani in tasca, il basco di malandrino

sull’occhio: non vede il forestiero, 
non vede niente, il colletto rialzato 
per freddo, o per infido mistero

di delinquente, di cane abbandonato. 
L’umidità ravviva i vecchi 
odori del legno, unto e affumicato,

mescolandoli ai nuovi, di chiassetti 
freschi di strame umano.
E dai campi, ormai violetti,

viene una luce che scopre anime, 
non corpi, all’occhio che più crudo 
della luce, ne scopre la fame,

la servitù, la solitudine. 
Anime che riempiono il mondo, 
come immagini fedeli e nude

della sua storia, benché affondino 
in una storia che non è più nostra. 
Con una vita di altri secoli, sono

vivi in questo: e nel mondo si mostrano 
a chi del mondo ha conoscenza, gregge 
di chi nient’altro che la miseria conosca.

Sono sempre stati per loro unica legge 
odio servile e servile allegria: eppure 
nei loro occhi si poteva leggere

ormai un segno di diversa fame – scura 
come quella del pane, e, come 
quella, necessaria. Una pura

ombra che già prendeva nome 
di speranza: e quasi riacquistato 
all’uomo, vedeva il meridione,

timida, sulle sue greggi rassegnate 
di viventi, la luce del riscatto. 
Ma ora per queste anime segnate

dal crepuscolo, per questo bivacco 
di intimiditi passeggeri, 
d’improvviso ogni interna luce, ogni atto

di coscienza, sembra cosa di ieri. 
Nemico è oggi a questa donna che culla 
la sua creatura, a questi neri

contadini che non ne sanno nulla, 
chi muore perché sia salva 
in altre madri, in altre creature,

la loro libertà. Chi muore perché arda 
in altri servi, in altri contadini, 
la loro sete anche se bastarda

di giustizia, gli è nemico. 
Gli è nemico chi straccia la bandiera 
ormai rossa di assassinî,

e gli è nemico chi, fedele, 
dai bianchi assassini la difende. 
Gli è nemico il padrone che spera

la loro resa, e il compagno che pretende 
che lottino in una fede che ormai è negazione 
della fede. Gli è nemico chi rende

grazie a Dio per la reazione 
del vecchio popolo, e gli è nemico 
chi perdona il sangue in nome

del nuovo popolo. Restituito 
è cosi, in un giorno di sangue, 
il mondo a un tempo che pareva finito:

la luce che piove su queste anime 
è quella, ancora, del vecchio meridione, 
l’anima di questa terra è il vecchio fango.

Se misuri nel mondo, in cuore, la delusione 
senti ormai che essa non conduce 
a nuova aridità, ma a vecchia passione.

E ti perdi allora in questa luce 
che rade, con la pioggia, d’improvviso 
zolle di salvia rossa, case sudice.

Ti perdi nel vecchio paradiso 
che qui fuori sui crinali di lava 
dà un celeste, benché umano, viso

all’orizzonte dove nella bava 
grigia si perde Napoli, ai meridiani 
temporali, che il sereno invadono,

uno sui monti del Lazio, già lontani, 
l’altro su questa terra abbandonata 
agli sporchi orti, ai pantani,

ai villaggi grandi come città. 
Si confondono la pioggia e il sole 
in una gioia ch’è forse conservata

– come una scheggia dell’altra storia, 
non più nostra – in fondo al cuore 
di questi poveri viaggiatori:

vivi, soltanto vivi, nel calore 
che fa più grande della storia la vita. 
Tu ti perdi nel paradiso interiore,

e anche la tua pietà gli è nemica.

Pier Paolo Pasolini

(1956; da “Le ceneri di Gramsci”)

I VOSTRI COMMENTI

tristan51
Pasolini individua nell’endecasillabo e nella terzina dantesca in aggiornata accezione novecentesco-pascoliana un affidabile strumento per raccontare il sociale e la cronaca che si fa Storia: una moderna narratività poetica che trova nei poemetti delle “Ceneri di Gramsci” la sua tenuta più compatta e il suo momento più alto. Poi, già con le raccolte degli anni Sessanta, la bilancia oscillerà pericolosamente: quel tentato e di per se stesso miracolosamente instabile equilibrio non regge, quella forma sperimentata con profitto si sfalda e la poesia cambia faccia, prestandosi a mille oltraggi e a mille nuove identificabilità: sino a fare di se stessa, di se stessa com’era stata tra passione e ideologia un tempo, una contraddizione instante o un recidivo simultaneismo.

Damiano Malabaila
Mi sembra giusto insistere su Pasolini poeta: lo è stato sempre (generosamente, sorprendentemente), qualunque fosse il mezzo espressivo; ed è stato uno dei massimi…

Aretusa Obliviosa
Abbiamo parlato tante volte, Professore, dei personaggi di Tozzi come di un’umanita appena abbozzata e orfana di un dio. In questo treno pasoliniano ci sta un’umanità certo non meno orfana, non meno colpevole e inconsapevole. Quando tutto è tolto, anche l’anima, che pare privilegio di una dimensione appartenente alla storia e ad una campagna solo visibile al di fuori di un finestrino ma non tangibile, non resta che il corpo. Corpo – lo ripeto – inconsapevole e incapace di cogliere nella magmatica umanità che gli è estranea il bene dal male, l’amico dal nemico. Sono partita da Tozzi per arrivare a Pasolini, passando in entrambi i casi attraverso il riferimento a corpi di poveri cristi orfani di un padre. E l’ho fatto nella consapevolezza che il piano esistenziale in Pasolini sconfina, contrariamente a quanto accade nelle pagine del senese, in quello sociale, civile e storico. La grandezza di Pasolini sta anche in questo: la sua descrizione più vivida è quella di un’Italia reietta, ignorata, o semplicemente non raccontata dal resto dell’intellighentia a lui contemporanea. Pasolini è anche per questo, a mio modesto parere, forse il più lucido intellettuale, forse l’unico poeta civile del secondo novecento italiano. Coraggiosamente e scandalosamente. Ma la cosa più commovente è l’aver saputo cogliere in quei corpi, ignari, ultimi ed esiliati dalla storia, la vita.

Marco Capecchi
Di Pasolini colpisce e sorprende in ogni reiterata lettura questo raccontare la storia nella sua materialità più profonda, nella sua carnalità più intensa eppure riuscire a dirci lo spirito di uomini e donne, il loro sudore e il loro anime.

Antonietta Puri
Dal finestrino di un treno per pendolari, un treno mezzo vuoto nel freddo autunnale, osservare gli elementi del paesaggio che ne denunciano l’ appartenenza al Meridione, anzi a quello spicchio di suolo denominato “Terra del lavoro”; osservare poi i rari passeggeri del treno, gente che guarda con occhi indolenti e disincantati la vita che gli scorre davanti… Meditare, con animo ancora fervido, sulla condizione umana di queste persone taciturne, che vivono la povertà come una colpa, ognuno con la propria storia senza storia di fame e di servitù, gente il cui rossore sugli zigomi rivela una specie di vergogna nell’improvvisa passeggera coscienza di avere un’anima… E poi accomunare nel proprio sentire tutti i derelitti della terra e ricordare un tempo in cui nei loro occhi si leggeva, insieme a quella del corpo, un’altra fame: la speranza di liberarsi dal sopruso e dalla miseria, la speranza, anzi la fede, del riscatto sociale e morale…
Non più ora; ora i miseri del mondo non hanno più come solo nemico il padrone delle terre, ma anche quella cosa astrusa, quell’astrazione inventata dagli intellettuali che ha sostituito la parola “fede” con “ideologia”: cosa che non appartiene a questa gente perché vola troppo alta sulla loro testa e a volte postula lo spargimento di sangue… E così, il viaggiatore Pasolini si rassegna sul triste futuro di queste terre e di chi le abita, mentre rimpiange il gusto forte delle antiche passioni. Nel frattempo, un sole al tramonto che si mescola alla pioggia sembra accendere una favilla di speranza nel cuore di quei poveretti e il poeta avverte un senso di compassione per la loro sorte, sentendo con sgomento che anche la sua pietà ha un peso su quelle anime, come un’altra nemica. Questo è Pasolini: affascinante, appassionato, spiazzante, talvolta irritante, spesso irriverente e provocatorio, uno che scava fino in fondo la realtà mettendocisi tutto. Uno la cui voce, a tanti anni dalla sua morte, si fa sempre sentire chiara e forte!

Rosalba de Filippis
Un canto universale di un’ attualità struggente. La pietà dello sguardo che trasfigura il meridione in luogo della sconfitta e della rassegnazione.

Giulia Bagnoli
Ogni viaggiatore ha una storia negli occhi, anche soltanto intravista o sfocata. In questo veder passare la vita passivamente c’è tutta la rassegnazione del poeta che, deluso e senza illusioni, racconta la vita vera.

Arianna Capirossi
Pasolini non fu un semplice poeta, fu un parresiaste. Nella sua vita si caricò del peso della verità, che veicolò in una letteratura in grado di descrivere nella maniera più perspicua le dinamiche storiche e sociali del secondo Novecento. Leggendo Pasolini si capisce perché e come siamo arrivati oggi a essere ciò che siamo; la sua parola è rivelatrice.

Chiara
Pasolini in viaggio verso il sud, verso la terra di lavoro, denuncia la nuova società e i suoi cambiamenti. Mette a contrasto la vecchia vita contadina, semplice e spensierata con quella nuova borghese triste e omologata. Adesso le stesse persone che prima avevano diverse abitudini sono tutte uguali e la società odierna rende li sordi e ciechi davanti alla nuova realtà.

Elisabetta Biondi della Sdriscia
E’ poesia alta, davvero alta poesia questa della pasoliniana “Terra di lavoro”: la terzina dantesca – e pascoliana – tra tradizione e modernità, appare strumento metrico perfettamente congeniale al poeta di Casarsa, che in questo poemetto la plasma con la facilità dei grandi poeti e la poesia si inarca da una terzina all’altra, corre sui versi come il vecchio treno su cui il poeta viaggia, spostandosi con sguardo penetrante – quasi una cinepresa – dai miseri viaggiatori al paesaggio fuori dal finestrino, e il canto accorato che ne scaturisce è la sola speranza che a Pasolini rimane. Perché Pier Paolo Pasolini è soprattutto poeta e alla poesia affida la sola possibilità di conciliare la storia con la vita, la sola possibilità di conciliare impegno di intellettuale anti borghese e formazione borghese, la sola possibilità di incidere sulla realtà e sulla storia.

framo
Oltre la storia, “nel calore che fa più grande della storia la vita”, proprio in virtù della fedeltà della poesia autentica alla vita, la forza originaria della voce del poeta scava nel profondo e, ogni volta, si rivela fonte d’inesauribile provocazione. Intatta, lucida e – proprio perché profondamente umana – sempre sensualmente critica, si sforza di andare “dicendo parole come il mondo nuove” con l’effetto, oggi come allora, di stimolare una reazione intensa e reale allo stato da narcosi cronica in cui versa chi ha finito per avvertire come ostile persino il risveglio e l’ascolto della propria anima e si è assuefatto alla stanchezza incrostata di pseudoparole che gettano in un torpore sempre più radicale, indotto da altrui e propria dimenticanza. Grazie PPP.

Matteo Mazzone
Quello delle “Ceneri” è uno tra i più bei Pasolini – perché molte sono le sue facce legate alla malleabilità e poliedricità delle sue direzioni – che affonda il bisturi nel proprio corpo e nella propria persona, facendo della sua affilata ed oltranzistica autoanalisi una coraggiosa, ma volutamente non sempre lucida, autopsia: a Pasolini non rimane, ancora una volta, che il solo combattere, gettando il corpo nella terra e nella lotta. Proprio questo sembra, ancora oggi a 43 anni dalla sua scomparsa, ciò che è doveroso salvare: la crisi personale di un intellettuale stabilmente in bilico, che pare ancora legato alla suggestione montaliana dell’”anello che non tiene”. Al mondo contadino, puro villereccio, si sta ora opponendo l’impura società industriale, distorta e contraddittoria, dove la poetica “rosada, luccicante e semplice, si scontra irrimediabilmente con il pervasivo e grigiastro smog.

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