VEDI I VIDEO “La gloria” letta da Maria Luisa Spaziani” , Tre poesie: “Mi culli la corolla del papavero”, “E lui mi aspetterà nell’ipertempo”, “Testamento” , Maria Luisa Spaziani al Premio Letterario Castelfiorentino si racconta e legge “L’indifferenza”

Firenze, 1 luglio 2019 Ricordando che ieri ricorreva l’anniversario della morte della poetessa.

Nata a Torino il 7 dicembre 1922, morta a Roma il 30 giugno 2014, Maria Luisa Spaziani ha rappresentato una delle voci femminili più significative ed affermate della poesia italiana del Novecento. Ha vissuto a Roma, dove tra l’altro è stata per breve tempo moglie di Elémire Zolla, celebre studioso di misticismo ed esoterismo. Ha insegnato a livello universitario Letteratura tedesca e poi, materia di cui era davvero maestra, Letteratura francese a Messina.

Dopo l’esordio nello «Specchio» di Mondadori con Le acque del sabato (1954), la poetessa ha autorevolmente attraversato il secondo Novecento e il nuovo secolo con un’ampia ed importante serie di libri: da Il gong e L’occhio del ciclone a Transito con catene, da Geometria del disordineLa stella del libero arbitrio ed Epifania dell’alfabeto a La traversata dell’oasi e La luna è già alta. La sua notevole carriera all’insegna di un appassionato presenzialismo è approdata conclusivamente, del tutto a ragione, ai prestigiosi «Meridiani» di Mondadori: Tutte le poesie, con un illuminante saggio introduttivo di Paolo Lagazzi e un’ampia cronologia curata da Giancarlo Pontiggia.

Mitica figura ispiratrice della poesia montaliana (è lei, i lettori di Montale lo sanno benissimo, la Volpe), Maria Luisa Spaziani ha firmato numerose opere saggistiche e traduzioni, soprattutto dal francese: da Flaubert, RonsardRacineMarivauxYourcenar, Tournier, ma anche Goethe e Saul Bellow. Autrice di teatro, scrittrice di aforismi, prose d’invenzione e racconti (Aforismi, Donne in poesia, La freccia), piace soprattutto segnalare di lei un suggestivo  poemetto in ottave su Giovanna d’Arco, pubblicato nel 1990 e di recente tornato in libreria grazie alla casa editrice Interlinea. Ma è doveroso citare, a testimonianza del sodalizio intellettuale ed affettivo intercorso con Montale a partire dal 1949, le moltissime lettere del poeta a lei indirizzate e il volume di scritti autobiografici della Spaziani stessa dal titolo Montale e la Volpe (2011).

Della sua lirica costantemente tra occasioni del quotidiano e tono alto, Luigi Baldacci ha parlato acutamente come di «una poesia con la coscienza di dire cose brucianti e private e di poterle dire solo attraverso un materiale di riporto, attraverso cioè il recupero di un linguaggio che, mentre dà compiuta espressione al sentimento, lo proietta come riverbero su un cielo lontano: quello di una classicità godibile di per se stessa, prima che per il messaggio».

Personalmente, avendola conosciuta e più volte incontrata, ricordo Maria Luisa Spaziani protagonista festeggiatissima e felice del Premio Letterario Castelfiorentino 2002 (si veda il terzo dei video allegati al post, con un’intervista alla poetessa e una cronaca della serata), ma anche piacevole, doviziosa e pressoché inesauribile dispensatrice di aneddoti e ricordi in varie altre circostanze: da un incontro letterario fiorentino al Caffè delle Giubbe Rosse conclusosi con una gustosa cena in loco (con noi, al nostro piccolo tavolo per tre, veicolata da amicizia su basi montaliane, Rosanna Bettarini), a un Premio Montale vinto da una studentessa mia allieva (Edi Liccioli), ad alcune riunioni di giuria e serate di premiazione del Premio Luzi a Roma.

Marco Marchi

La gloria

Seminavano al vento le loro frasi lunghe
come sciarpe oscillavano al vento 
il vento strappava molte sciarpe a caso
e via se le portava in forma di nuvole sfilacciate –
sempre il poeta scoriandola le sue parole al vento
tremila fuchi muoiono perché uno tocchi la regina –
scrivono scrivono e nemmeno morendo sapranno
se la pagina era marmo, era acqua –
inutilmente tu che scrivi interroghi,
fissi negli occhi il tuo oroscopo o il tuo angelo –
l’acqua talvolta si rapprende in marmo
e questo è il paradiso cui si danno altri nomi –
ti credevi una zattera, sei una nave ammiraglia,
ti credevi un ombrello, sei un bel cervo volante,
ti credevi una pietra pesante, incapace di splendere
e sei argento, sei la vetta della piramide –
e il più celebre marmo può di colpo svelare
incrinature più esili di un capello,
poi tutto cricchia, si sbriciola, e i menhir dell’orgoglio
si sciolgono in mulinelli, risucchiano via il tuo nome.

Maria Luisa Spaziani

(da L’occhio del ciclone, 1970)

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