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Firenze, 2 gennaio 2019 –  Ricordando che ieri l’altro ricorreva l’anniversario della nascita di Giovanni Pascoli (San Mauro di Romagna, 31 dicembre 1855).

Sul protettivo «nido» familiare e il tormentato, ambiguo e sostanzialmente ambivalente rapporto intercorso tra Giovanni Pascoli e le sorelle Maria e Ida all’indomani della morte del padre, con molta acutezza Mario Luzi ha scritto: «Di fatto si determina nei tre che la disgrazia ha diviso e ricongiunto una sorta di infatuazione e mistificazione infantili, alle quali Ida è connivente solo in parte. Per il Pascoli si tratta in ogni caso di una vera e propria regressione al mondo degli affetti e dei sensi, anteriore alla responsabilità; al mondo da cui era stato sbalzato violentemente e troppo presto.

Possiamo notare due movimenti concorrenti: uno, quasi paterno, che gli suggerisce di ricostruire con fatica e pietà il nido edificato dai genitori; di investirsi della parte del padre, di imitarlo. Un altro, di ben diversa natura, gli suggerisce invece di chiudersi là dentro con le piccole sorelle che meglio gli garantiscono il regresso all’infanzia, escludendo di fatto, talvolta con durezza, gli altri fratelli.

In pratica il Pascoli difende il nido con sacrificio, ma anche lo oppone con voluttà a tutto il resto: non è solo il suo ricovero, ma anche la sua misura del mondo. Tutto ciò che tende a strapparlo di lì in qualche misura lo ferisce; altre dimensioni della realtà non gli riescono, positivamente, accettabili. Per renderlo più sicuro e profondo lo sposta dalla città, lo colloca tra i monti della Garfagnana dove può, oltre tutto, mimetizzarsi con la natura» (M. Luzi, Giovanni Pascoli).

Ma è da queste ambiguità e da queste ambivalenza riassunte nell’immagine-simbolo del «nido» (un’immagine, appunto, di afferenza anch’essa eminentemente naturale, derivata da un mondo squisitamente animale, anteriore ad ogni umana qualificazione e responsabilità adulta di tipo culturale) che nasce la grande poesia di Pascoli.

Un testo notissimo come La cavalla storna, ma anche l’odierno, meno noto ma bellissimo La voce (l’uno e l’altro dai Canti di Castelvecchio) ci immettono esemplarmente in questi territori «regressivi»: territori soggetti a mutilazioni e menomazioni, in apparenza dimissionari, umili e come dicevamo sostanzialmente ambigui, ma oltremodo densi di implicazioni, impegnativi. Pascoli si affida alla propria memoria costellata di sventure e cose rimaste inesplicate, ma nel far questo redige un’attendibile, veridica storia del mondo. Una storia che continua, intimamente palpitante.

Marco Marchi

La voce

C’è  una voce nella mia vita,
che avverto nel punto che muore;
voce stanca, voce smarrita,
col tremito del batticuore:

voce d’una accorsa anelante,
che al povero petto s’afferra
per dir tante cose e poi tante,
ma piena ha la bocca di terra:

tante tante cose che vuole
ch’io sappia, ricordi, sì…sì…
ma di tante tante parole
non sento che un soffio…Zvanì

Quando avevo tanto bisogno
di pane e di compassione,
che mangiavo solo nel sogno,
svegliandomi al primo boccone;

una notte, su la spalletta
del Reno, coperta di neve,
dritto e solo (passava in fretta
l’acqua brontolando, Si beve?);

dritto e solo, con un gran pianto
d’avere a finire così,
mi sentii d’un tratto d’accanto
quel soffio di voce…Zvanì

Oh! La terra, com’è cattiva!
La terra, che amari bocconi!
Ma voleva dirmi, io capiva:
– No…no… Di’ le devozioni!

Le dicevi con me pian piano,
con sempre la voce più bassa:
la tua mano nella mia mano:
ridille! Vedrai che ti passa.

Non far piangere piangere
(ancora!) chi tanto soffrì!
Il tuo pane, prega il tuo angelo
Che te lo porti… Zvanì

Una notte dalle lunghe ore
(nel carcere), che all’improvviso
dissi – Avresti molto dolore,
tu, se non t’avessero ucciso,

ora, o babbo! – che il mio pensiero,
dal carcere, con un lamento,
vide il babbo nel cimitero,
le pie sorelline in convento:

e che agli uomini, la mia vita,
volevo lasciargliela lì…
risentii la voce smarrita
che disse in un soffio… Zvanì

Oh! La terra come è cattiva!
Non lascia discorrere, poi!
Ma voleva dirmi, io capiva:
– Piuttosto di’ un requie per noi!

Non possiamo nel camposanto
più prendere sonno un minuto,
ché sentiamo struggersi in pianto
le bimbe che l’hanno saputo!

Oh! La vita mia che ti diedi
per loro, lasciarla vuoi qui?
Qui, mio figlio? Dove non vedi
chi uccise tuo padre… Zvanì?…-

Quante volte sei rinvenuta
nei cupi abbandoni del cuore,
voce stanca, voce perduta,
col tremito del batticuore:

voce d’una accorsa anelante
che ai poveri labbri si tocca
per dir tante cose e poi tante;
ma piena di terra ha la bocca:

la tua bocca! Con i tuoi baci,
già tanto accorati a quei dì!
a quei dì beati e fugaci
che aveva i tuoi baci… Zvanì

che m’addormentavano gravi
campane col placido canto,
e sul capo biondo che amavi,
sentivo un tepore di pianto!

che ti lessi  negli occhi, ch’erano
pieni di pianto, che sono
pieni di terra, la preghiera
di vivere e d’essere buono!

Ed allora, quasi un comando,
no, quasi un compianto, t’uscì
la parola che a quando a quando
mi dici anche adesso… Zvanì

Giovanni Pascoli

(da “Canti di Castelvecchio”)

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