VEDI IL VIDEO La vita e le opere: “Tozzi, la scrittura crudele”

Firenze, 14 giugno 2012 – Il primo libro pubblicato da Federigo Tozzi, narratore senese ai vertici del Novecento, fu una raccolta di versi: La zampogna verde, edita nel 1911.

Tozzi, ovviamente, non sarebbe certo Tozzi se avesse scritto solo La zampogna verde e opere ad essa assimilabili o riconducibili; e tuttavia una logica del poi in cerca di origini, elementi indiziari e tracce pregresse della futura grandezza di un autore che avrebbe trovato altrove i suoi spazi elettivi, dota l’«opera prima», oltre che di un imprescindibile valore documentario, di un indubbio fascino.

Nelle liriche tozziane della Zampogna verde qualcosa di destinato a manifestarsi in effetti si nasconde, si prepara. Nella musica dei versi Tozzi cerca se stesso, la propria prorompente sensibilità di artista desideroso di espressione e prima ancora della sonora, armonica dolcezza di una bocca che non rimproveri o non taccia del tutto: la «bocca che possa parlarci dolcemente» di cui l’autore dice in uno dei più o meno coevi aforismi di Barche capovolte, La gioia.

Musica come ricerca interiore, e musica come strumento di elevazione dell’anima, di affrancamento dalla condanna alla pesantezza terrestre e alla disappartenenza nei confronti del reale. Non stupisce, allora, che l’aspirazione giovanile dell’io tozziano a dare forma ad un mistero intuito come la verità – la verità dei «misteriosi atti nostri» che si determinano nel profondo, non escluso il mistero della creazione artistica – si traduca negli endecasillabi della Zampogna verde (l’edizione moderna del libro si deve ad Empirìa) in tante invocazioni rivolte a tanti possibili padri: invocazioni a Dio, a Cristo, ai Santi, ma anche a Cesare, ai mistici guerrieri medievali, agli eroici bifolchi carducciani, alle donne e ai cavalieri di un sensuale e corrusco D’Annunzio.

Tutto questo in un eccesso di lirismo riflesso e internamente divergente, fortemente tributario nei confronti del contesto storico-letterario in cui si genera, volto tuttavia a inscenare, tra violento senso di protesta e smarrimento, la solitudine e le vicende dolorose di un’orfanezza esistenzialmente sperimentata: un’orfanezza leopardianamente riferibile alle sorti dell’uomo, già portata prepotentemente alla ribalta nel giovane Federigo Tozzi dalle risorse dell’arte.

P.S. A corredo del post e a illustrazione dell’intera parabola tozziana, il documentario Tozzi, la scrittura crudele, realizzato dalle senesi «Videodocumentazioni» di Antonio Bartoli e Silvia Folchi nel 2002, nell’ambito delle iniziative di Siena per Tozzi. Vi partecipano, videointervistati al pari di Romano Luperini, due straordinari estimatori dell’opera di Tozzi che non sono più tra noi: il grande Luigi Baldacci e il grande Mario Luzi. Buona visione.

Marco Marchi

Da «La zampogna verde»

Antiche torri della mia città,
spesso pensai con molta voluttà
che io uccidessi allo sbocco d’una strada
tutti, volgendo a tondo la mia spada;
antiche torri della mia città.

***

Signore, adesso ho l’anima tranquilla
sì come una città nel sole afoso;
soltanto un’alta cuspide scintilla
nell’infinito puro e silenzioso.

Io non trovai giammai fin qui riposo;
e m’arse sempre in vece una favilla
nel mio cammino tacito e pietroso,
dove udivo soltanto la mia squilla.

Ed ora m’ebbi il tuo sorriso immenso
come se fosse a guisa d’orizzonte:
onde la terra è simile all’incenso.

E se io non vedo ancora la tua fonte
pullulata da dentro ad ogni senso,
l’anima pel tuo cielo è come un ponte.

Cristo

Con una veste rossa per dileggio
ti portano nel mezzo di una piazza.
E piove. Un uomo del bestial corteggio
batte su la tua carne pavonazza.

Ma, come se volesse farti peggio,
la turba ridacchiando si sollazza
se alcuno dice: O Cristo, ti schiaffeggio!
E il tuo sangue lo bagna come guazza.

Anche tieni una canna con le mani,
non pensando ai fuggiti tuoi seguaci
e alla pioggia che t’entra nei capelli.

Oh, come ti si schiudono i lontani
cieli della bontà, mentre tu taci;
e quanto ti confortano più belli!

Crocefissione

Silenzio immenso. Si ode gocciolare
il sangue dalle gambe di Gesù.
I due ladroni vogliono ascoltare;
ma le teste si piegano di più.

Ed ecco dalla strada lunga appare
Maria e le donne della sua tribù.
Elle si vedon molto lacrimare,
e Cristo si distorce e guarda giù.

I lor grandi mantelli son vermigli;
e una luce potente e misteriosa
batte su i loro volti come gigli.

Forse, è la luna bianca e dolorosa?
Ma par che a un tratto il sangue si rappigli
su la croce; e Gesù morto riposa.

Federigo Tozzi