I rischi di effetti collaterali gravi prodotti dal vaccino anticovid si possono scongiurare. In un articolo sul Journal of Thrombosis and Haemostasis si riporta il caso di una donna di 62 anni che aveva manifestato una trombocitopenia trombotica immunitaria indotta da vaccino con vettore adenovirale (VITT) risolta con una infusione di immunoglobuline, cortisone e anticoagulanti specifici.

Questo rarissimo effetto collaterale osservato a seguito della profilassi contro il virus Sars-Cov2 presenta un tasso di prognosi infauste del 40-50 per cento. “La VITT – sottolinea Paul Knobl, medico specialista della coagulazione presso l’Ospedale Generale di Vienna – richiede un trattamento immediato appropriato, le attuali metodologie sono empiriche. Utilizzare l’eparina potrebbe aggravare la trombosi”.

Ma a cosa è dovuta questa complicanza rarissima della vaccinazione anticovid? “Si tratta di un tipo particolare di trombosi, associato a produzione di anticorpi contro le piastrine del sangue (implicate nell’emostasi), con conseguente coesistenza di trombosi ed emorragie, in sedi insolite”, ha scritto il professor Sergio Coccheri. “Si tratta di una trombosi anomala – precisa l’illustre medico e docente, già ordinario di malattie cardiovascolari all’Università di Bologna – la frequenza è talmente bassa da non potere intaccare il rapporto rischi – benefici, che rimane di gran lunga favorevole al vaccino. In un ampio studio recente realizzato in Inghilterra, che comprende circa un milione di soggetti, l’incidenza di trombosi gravi in sedi insolite è risultata dieci volte maggiore in corso di Covid rispetto ai soggetti in decorso vaccinale. Si conferma quindi che è assai più conveniente vaccinarsi”.

E allora, a che serve indagare il rapporto di causalità tra vaccini e trombosi? Serve al progresso scientifico, per giungere alla produzione di vaccini sempre più affidabili, adatti a tutte le caratteristiche dei singoli individui, poiché lo scopo deve comunque essere quello di minimizzare ogni possibile effetto avverso.

Fino a tempi assai recenti la parola trombosi non era tra le più citate espressioni di malattia. Dominavano, ad esempio nel campo delle malattie cardiovascolari, altre parole che indicano l’organo o la funzione colpita, come ad esempio “infarto cardiaco”, “ictus cerebrale”, “embolia polmonare”, “arteriopatia obliterante”, “stenosi della carotide”, “aterosclerosi”. Ma alla base di tutte queste condizioni c’è quasi sempre una trombosi. Se poi aggiungiamo una serie di affezioni nelle quali la parola trombosi è chiaramente espressa, come la trombosi venosa profonda, la trombosi delle vene addominali (vena cava, vena porta), la trombosi dei seni venosi cerebrali, la trombosi della retina e così via, dobbiamo constatare che la trombosi è meccanismo fondamentale di tante malattie, a prescindere dal nome con cui vengono chiamate. Si calcola infatti che ogni anno in Italia da 500 a 600 mila persone vengono colpite da varie forme di trombosi. E’ venuto quindi il momento di ragionare su cosa è la trombosi, che certamente è meno conosciuta di altri meccanismi di malattia.

“Prende il nome di trombosi il fenomeno per cui il sangue che circola nell’organismo allo stato fluido può solidificare in certe condizioni e circostanze”, spiega ancora il professor Coccheri. La parola trombosi deriva dal greco antico “thrombos” che vuol dire grumo, coagulo. Il sangue che scorre nei vasi sanguigni possiede sia i meccanismi per mantenersi fluido sia i presupposti per formare coaguli laddove sia necessario per arrestare l’emorragia (emostasi) in seguito a ferite o lesioni, e per favorirne la riparazione.

“Ma se il sangue coagula in sedi e in circostanze improprie o per stimoli anormali, ecco che si forma una specie di tappo (trombo) che ostacola il libero flusso del sangue verso un organo o un intero distretto dell’organismo. Il mancato afflusso di sangue determina un danno dell’organo ricevente (ischemia), mentre il semplice ristagno del sangue è definito come stasi sanguigna”.

I meccanismi che regolano questi processi sono molteplici. Esiste un percorso abituale del meccanismo coagulativo (cascata della coagulazione), che funziona in condizioni normali. Ma in gravi condizioni patologiche si possono aprire collegamenti con altri sistemi e meccanismi come quello dell’infiammazione e quello delle reazioni immunologiche e anticorpali. Questo è quanto accade, appunto, nel grave stato infiammatorio e nella “bufera” anticorpale caratteristica del Covid 19.

Già nei primi mesi del 2020, poco dopo l’esplosione della pandemia, medici francesi, olandesi e italiani osservarono un’elevata frequenza di fenomeni trombotici nei pazienti Covid deceduti in terapia intensiva. Fu ben presto evidente che tali trombosi erano causa di aggravamento della malattia. In queste prime osservazioni si trattava di trombosi venose profonde ed embolie polmonari, che comportavano un rischio non indifferente. Queste trombosi corrispondono a quelle che insorgono nei pazienti con uno stato di infezione del sangue (sepsi), che si verifica anche nel corso di altre gravi malattie infettive. Questa trombosi sembrava prevenibile con piccole dosi di eparina, ma si dovette constatare che l’abituale profilassi eparinica era meno efficace nelle sepsi da Covid.

“Ulteriori ricerche hanno dimostrato che il meccanismo della trombosi contribuisce anche alla genesi della grave polmonite bilaterale caratteristica del Covid severo. Infatti, il danno degli alveoli polmonari con infiammazione delle loro pareti determina una microtrombosi ostruttiva che minaccia gravemente la funzione respiratoria. In questi casi l’attivazione della coagulazione del sangue avviene non solo attraverso la classica “cascata”, ma anche per altri meccanismi di iper-infiammazione e di anomale risposte anticorpali (trombosi infiammatoria, immuno-trombosi). La microtrombosi – conclude il cattedratico dell’Alma Mater – può infine valicare il polmone e ritrovarsi anche in altri organi (rene, cervello) o nel sangue circolante. Questo quadro drammatico si verifica soltanto nei casi molto gravi, che fortunatamente sono una minoranza di tutti i casi di Covid”.