Praticamente azzerato il rischio di contrarre un’infezione da virus HIV trasmessa tramite trasfusione grazie alle nuove tecniche di analisi molecolare eseguita metodicamente su ogni campione tracciato. Dati del Centro nazionale sangue (Cns) pubblicati in vista della Giornata Mondiale contro l’Aids mostrano che dal 1995 ormai nessun incidente trasfusionale di questo tipo si è verificato.

Le analisi sui donatori (HIV, epatite B, epatite C) vengono effettuate a ogni singolo prelievo di sangue. La probabilità che si verifichi un contagio da trasfusione (rischio residuo) è stimata da una su due milioni a una su 45 milioni, a seconda del metodo di calcolo usato, e lo stesso ordine di grandezza è stato riscontrato per le epatiti.

«Questi dati sono confermati dal fatto che dal 1995 non si registrano infezioni trasmesse da trasfusioni – ha dichiarato Giancarlo Maria Liumbruno, direttore generale Cns – ma mai abbassare la guardia». La garanzia viene anche e sopratutto dalla scelta etica di trasfondere sangue proveniente solo da donatori volontari scrupolosamente controllati, motivati e non remunerati.

Tutte le sacche di sangue donato vengono sottoposte ai test per la ricerca dei virus HBV, HCV, HIV, e del treponema della sifilide; in particolari periodi dell’anno, a questi test possono aggiungersi ulteriori analisi per la ricerca di virus come il West Nile. Test che si basano su tecniche di biologia molecolare introdotte negli ultimi anni.

Lo screening dei donatori, sottolinea il rapporto, realizzato con esperti dell’istituto Superiore di Sanità e dal Dipartimento di Scienze biomediche per la salute dell’Università di Milano, ha permesso di ridurre considerevolmente il cosiddetto periodo finestra, cioè quel lasso di tempo iniziale in cui il virus HIV sfugge alle indagini comuni. Le trasfusioni di sangue vengono eseguite ovviamente solo se gli esiti dei test risultano tutti negativi.