Sposarsi o restare single? Cambiare lavoro o indirizzo di studi? Si può tentennare anche davanti allo specchio, incapaci di stabilire quali scarpe o quale vestito tirare fuori dall’armadio. Sempre più persone di fronte alle scelte si bloccano. Perché? Giriamo il quesito a Gianna Schelotto, psicologa e saggista, autrice di un libro sull’arte di liberarsi dall’ansia di decidere (Vorrei e non vorrei, Mondadori, 156 pagine, 17 euro).

Perché è così difficile scegliere quello che è meglio per noi?

«Perché nelle decisioni della vita, grandi o piccole, siamo condizionati dalla ragione e da una fitta rete di pregiudizi, convinzioni e norme sociali che rendono impervie le nostre scelte».

Un classico esempio di scacco senza vie d’uscita in campo sentimentale?

«L’adulterio. Certe brutte storie si trascinano per anni. Ogni volta si è sicuri di amare ora l’una, ora l’altra delle due persone. Con l’amante viene nostalgia della moglie e viceversa».

Quali altri vicoli ciechi si trasformano in trappole esistenziali?

«Cambiando contesto, certe indecisioni si manifestano anche in campo professionale. Succede quando si prospetta l’opportunità di andare a lavorare in una città diversa da quella in cui si è radicati. Arrivano proposte allettanti, prestigiose, alle quali non sai cosa rispondere. Anche qui giocano un ruolo i legami affettivi, la paura dell’ignoto o l’incapacità a misurarsi con responsabilità di cui saremmo, in questo caso, gli unici portatori».

In medicina il dubbio amletico si pone nelle terapie, da qui la ricerca del cosiddetto secondo parere.

«Accade quando un medico propone un intervento chirurgico, un altro dice di andare avanti con le cure farmacologiche. Io paziente ho fiducia nell’uno e nell’altro, ma ho il terrore di pronunciare un verdetto, perché sarei responsabile delle azioni intraprese».

Come psicologa, lei avverte spesso queste insicurezze?

«Sono sempre più frequenti. A volte ti consultano sperando di ricevere indicazioni per fare o non fare una cosa, delegano la decisione ad altri. Questa è una delle insidie più temibili. Difficile far capire ai pazienti che devono essere loro a superare le contraddizioni e prendere la decisione finale».

Come liberarsi da questa ansia?

«Confrontandosi con la propria idea di libertà e accettando le conseguenze».

Capita di crogiolarsi nel rimorso per qualche decisione sbagliata?

«Succede. La gente si chiede come sarebbe la sua vita se dieci o venti anni prima avesse agito diversamente, se avesse sposato Tizio anziché Caio. Sono modi che ci tengono ancorati al passato, mostrano che abbiamo paura del futuro. Inutile stare a rivangare. La persona saggia pensa alle alternative, ma una volta che hai preso una strada non ha senso ritornare sui tuoi passi».

Eppure a volte le scelte sono affrettate, improvvisate o impulsive, e un minuto dopo si è già pentiti. L’esatto contrario di quelli paralizzati davanti al bivio.

«Questa eventualità scaturisce dal fatto che interrogarsi, riflettere, a volte genera ansia. Gli psicanalisti lo definiscono acting out, trasformare in azione immediata il pensiero, ti mette al riparo da eventuali tensioni emotive».

L’ansia parente delle incertezze. Che ruolo possono avere i farmaci, gli ansiolitici?

«Chi chiede una psicoterapia vuole capire, non si vuole intontire. Io però ho un atteggiamento laico verso gli psicofarmaci. Se c’è insonnia, se il tuo medico prescrive una cura per andare a lavorare, lucidi e concentrati, concedersi un aiuto per riposare non è sbagliato. Se poi c’è dipendenza, o il farmaco diventa un rifugio per non pensare ad altro, allora è un’altra cosa».

Insomma, meglio lanciarsi nelle cose o stare a riflettere?

«Come in tutte le scelte significative, è utile soppesare pro e contro, non ci si può buttare alla cieca. Però ci sono persone indecise che si tormentano anche di fronte alle scelte più banali della vita, prigioniere di ragnatele dalle quali non riescono a liberarsi. Ed è a questi indecisi che ho dedicato il mio libro».

Alessandro Malpelo

QN Quotidiano Nazionale

IL GIORNO – il Resto del Carlino – LA NAZIONE