SOLTANTO VOI  nei giorni scorsi avete dato largo spazio alla conquista dello scudetto da parte della squadra del Brescia femminile. Stupisce che un Paese che vive di calcio come il nostro non abbia ancora trovato il modo di «sfruttare» la componente femminile. La Federazione non investe quasi nulla e, sempre parlando di soldi, l’allora presidente Belloli si espresse in termini volgari e oltraggiosi. Mario L. Milano

PROPRIO COSÌ, il calcio femminile in Italia è ancora molto indietro rispetto ad altri Paesi d’Europa. Per la legge italiana, le donne che giocano a calcio possono farlo solo per diletto, non per lavoro, e ciò non può che rallentarne la diffusione. Le calciatrici italiane, oltre a recepire stipendi nettamente inferiori rispetto a quelli dei maschi, non possono cioè contare su un inquadramento giuridico nel mondo professionistico, con un budget annuo di 3 milioni di euro, un campionato a 12 squadre, parenti e amici sugli spalti e l’erba alta da dribblare. Di più, le giocatrici in quanto dilettanti non possono essere comprate o vendute; le squadre non riescono a generare ricavi e nella maggior parte dei casi la loro sopravvivenza è garantita solo dai contratti di sponsorizzazione, che quando cessano possono portare al fallimento da una stagione all’altra. Cosa fare per modificare questa situazione? Proponiamo una soluzione (forse provocatoria): facciamo fare da traino del calcio «rosa» la squadra che ha il maggior numero di tifosi sparsi in tutta Italia, la Juventus. Chissà che non succeda qualcosa… laura.fasano@ilgiorno.net