L’INIZIO DI UN LUNGO INGANNO

L’incidente avviene alle 16 circa, orario indiano, al largo di Allepey, il 15 febbraio 2012. Latorre e Girone dicono di aver sparato senza colpirlo in direzione di uno skiff, un’ imbarcazione, che si stava avvicinando pericolosamente alla petroliera Enrica Lexie. Il piccolo scafo si è allontanato. La sera stessa alle 21 e 36 minuti, orario indiano, da Mumbai il Centro di controllo e soccorso della Guardia Costiera indiana, chiede al comandante della petroliera di andare nel porto di Kochi per “l’incidente di pirateria nel quale ci sono stati spari”, invia per e mail due numeri di telefono della Guardia Costiera e chiede l’Eta, l’orario stimato di arrivo, una sollecitazione che non ha alcun senso, se la nave è già sotto scorta di due pattugliatori e di un aereo da ricognizione come ha ricostruito a posteriori Safe Waters, la rivista ufficiale della Guardia Costiera indiana.

Il comandante della Lexie, Umberto Vitelli, DOPO APPENA UNDICI MINUTI comunica che ha deciso di invertire la rotta per raggiungere Kochi. Il Comando della Marina ha dato l’ok a Latorre, il più alto in grado del Nucleo Militare di Protezione della petroliera, sei marò. E’ un comportamento logico solo se si ha la consapevolezza di non aver nulla da nascondere.

Alle 22 e 20 la petroliera greca Olympic Flair denuncia un tentativo di assalto di due barche di pirati, in tutto venti uomini, al largo del porto di Kochi.

Alle 23 nel porto di Neendakara approda il peschereccio Saint Antony. Il comandante nonché armatore Freddy Bosco dichiara al canale televisivo locale “Venad News” che ha avuto un incidente nel quale sono stati uccisi due suoi marinai, Valentine Jalastine, 45 anni, e Ajish Pink, 25. Dice che il fatto è accaduto alle 21 e 30, ora indiana, ossia 5 ore e mezzo dopo l’assalto fallito alla Enrica Lexie e un’ora e mezzo prima dell’arrivo a Neendakara.

Uno dei due uccisi ha un braccio sollevato e teso. Secondo gli esperti quella rigidità cadaverica si manifesta SOLO 10-12 ORE DOPO LA MORTE. E’ molto probabile quindi che Bosco si riferisca alle 21 e 30 del giorno prima, il 14 febbraio.

Il 16 febbraio il professor K. Sasikala, docente associato di medicina legale all’Istituto di Medicina legale di Trivandrum, esegue l’autopsia. Dai corpi estrae due proiettili. Curiosamente e IN MODO IRRITUALE non indica il calibro, ma la lunghezza e due circonferenze delle pallottole. I numeri sono: Lunghezza 3,1 centimetri, circonferenza sulla punta 2,0 centimetri, circonferenza sopra la base 2,4 centimetri. Le cifre sono compatibili con un calibro 7 e 62 e non con il calibro 5 e 56 dei sei fucili Beretta 70/90 e dei due mitra Fn minimi in dotazione ai marò.

Il 4 marzo 2012 il “Corriere della sera” pubblica tutti i dati. Interpellato in seguito da me, Sasikala mi urlerà nel telefono che lui non parla con i giornalisti e mi inviterà a chiedere l’autopsia alla polizia del Kerala. Due fonti diverse, un giornalista e un avvocato, entrambi keralesi, mi spiegheranno poi che il governo ha proibito tassativamente la divulgazione dell’esame autoptico. Interpello i legali dello studio Titus di Nuova Delhi che difende i militari italiani. Mi dicono in un primo momento che l’autopsia esiste, ma è ancora nelle mani dei loro corrispondenti in Kerala. Poi invocheranno il divieto di pubblicare gli atti prima che cominci il dibattimento.

 

LA RICERCA DELL’ARMA CHE PUO’ SPARARE ANCHE COLPI CALIBRO 7 e 62

Il 4 aprile 2012 il Times of India scrive che manca all’appello l’arma che ha esploso i colpi mortali.

Il 10 aprile 2012 il Forensic Sciences Laboratory comunica ai giudici e alla polizia del Kerala che le armi del delitto sono due nuovi fucili Beretta Arx-160 che possono esplodere anche colpi calibro 7 e 62, sostituendo però la canna e alcune altre parti. La marina ha gioco facile a smentire. Quel fucile, ribatte, non è in dotazione ai Nuclei Militari di Protezione delle navi.

Daniele Ranieri pubblica sul Foglio la notizia che a Roma alcuni 007 indiani hanno cercato senza successo di procurarsi i Beretta Arx-160.

 

LA MANIPOLAZIONE PLATEALE DELLA PERIZIA BALISTICA (12 APRILE 2012).

Gli ingrandimenti dei fotogrammi dei filmati trasmessi dal Tg 1 e dal Tg 2 rivelano che i due passaggi della perizia balistica che indicano il mese dell’accertamento e che associano i proiettili repertati ai nomi delle due vittime, Ajish Pink, 25 anni, colpito al cuore, e Valentine Jalastine, 45 anni, fulminato con un colpo alla testa, sono stati redatti con una seconda macchina per scrivere dopo aver cancellato il testo originale. Nel passaggio che cita Pink si vedono addirittura due residui dello scritto precedente. L’indicazione del mese e il nome sono sulla destra, mentre tutto il resto del documento è ordinatamente allineato a sinistra. La stessa anomalia si ripete quando viene citato il reperto estratto dal cervello di Jalastine. L’ingrandimento documenta le sbavature di una macchina per scrivere diversa e imprecisa. Perfino il modo di indicare il mese si trasforma. Nell’originale è Cr No, PUNTO, 02/12. Nella versione manipolata è Cr. No, DUE PUNTI, 02/12.

Non risulta che qualcuno abbia cercato tracce di ossido di carbonio sulla canna delle armi e sugli otturatori. E’ la prova più banale per capire subito quali fucili hanno esploso colpi. I due “osservatori” italiani ammessi alle prove di sparo con le armi dei marò non erano autorizzati a chiedere accertamenti. Sono i maggiori dei Ros Flebus e Fratini. Hanno poi dichiarato a una mia fonte che hanno potuto assistere solo alle prove di sparo e all’apertura dei plichi. In pratica non sono stati messi nelle condizioni di sapere se i proiettili che in seguito (e comunque non in loro presenza) avrebbero dovuto essere esaminati dagli indiani al microscopio comparatore per rilevare le rigature, la firma individuale di ogni arma, erano davvero quelli estratti dai corpi delle vittime o ogive di altra provenienza.

Così si realizza il “miracolo”. Le pallottole mortali passano dal calibro 7 e 62 descritto con le dimensioni delle ogive dall’autore dell’autopsia al calibro 5,56 individuato dalla perizia balistica, la misura standard dei proiettili Nato e quindi anche di quelli italiani. Avendo sparato subito con tutti e sei i fucili e con i due mitra dei marò gli indiani hanno abbondanza di ogive e di bossoli italiani. Sostituire i proiettili originali con altri era fattibile e facile.

Una traccia della manipolazione sembra essersi riversata anche nel rapporto dell’ammiraglio di divisione Alessandro Piroli della Marina militare italiana fatto sulla base delle risultanze della perizia indiana e pubblicato da “La Repubblica” nell’aprile del 2013. Associando i fucili che avrebbero esploso i proiettili fatali ai numeri di matricola, Piroli sostiene che hanno sparato i fucili dei marò Massimo Andronico e Renato Voglino e non quelli di Latorre e Girone. Se ne deduce che la polizia del Kerala ignorasse la circostanza che nella marina italiana ogni arma è rigorosamente individuale (e nei corpi speciali viene adattata alle caratteristiche fisiche, per esempio le capacità visive, del singolo militare). Nel “costruire” la perizia balistica con proiettili presi a caso dal gran mucchio dei residui delle prove di sparo i detective indiani hanno pescato le ogive “sbagliate”?

 

INTERPRETAZIONE LOGICA DEL GROVIGLIO.

Il problema degli investigatori del Kerala era che a bordo della Enrica Lexie non sono stati trovati i bossoli dei proiettili esplosi dai marò verso lo skiff e che, facendo sparire i proiettili dell’autopsia, si doveva costruire comunque una prova a carico dei fucilieri di marina.

 

IL CALIBRO 7 e 62

Il calibro 7 e 62 è anche quello del mitra sovietico Pk montato sugli Arrow Boat della marina dello Sri Lanka. Il Saint Antony era registrato nello stato indiano del Tamil Nadu, che si affaccia sul braccio di mare che divide l’India dallo Sri Lanka. Molti pescatori indiani sono stati uccisi da motovedette singalesi. Il problema era molto caldo e citato spesso nella campagna elettorale per le elezioni suppletive del Kerala alla vigilia delle quali i marò italiani furono catturati.

 

IL NAUFRAGIO DEL RELITTO

Il «Saint Antony» è stato salvato in extremis dal naufragio il 23 giugno 2012, quando è entrata in azione una squadra di 12 portuali di Kavanad, una città vicina a Kochi. Già undici giorni prima, si leggeva sul giornale The Hindu, la barca era stata sul punto di affondare miseramente. L’acqua aveva invaso il vano macchine ed era arrivata al ponte. Il proprietario Freddie Bosco aveva chiesto e ottenuto il dissequestro del peschereccio il 10 maggio, argomentando che il natante era la sua unica fonte di sostentamento.

I magistrati gli avevano ordinato di non manomettere i fori dei proiettili. Bosco aveva dichiarato a caldo che nessuno avrebbe più voluto lavorare su un peschereccio marchiato per sempre dalla maledizione, la morte di due membri dell’equipaggio. Coerente con la sua convinzione, ha smontato dal «Saint Antony» il motore, l’elica e ogni altra attrezzatura utile e ha abbandonato lo scafo al suo destino.

Le eventuali tracce di polvere da sparo sono state cancellate dall’acqua del mare. Ma sono rimasti i fori dei proiettili mostrati dai fotogrammi della Bbc e di Bloomberg, buchi che possono essere stati procurati solo da un’arma che tirava in orizzontale e non da 23 metri e 20 centimetri sul mare, l’altezza dell’aletta dritta di ponte dell’Enrica Lexie, il luogo nel quale si trovavano Massimiliano Latorre, Salvatore Girone e gli altri quattro marò che proteggevano la petroliera. Il calcolo e le proiezioni tridimensionali sono stati fatti dall’ingegnere Luigi Di Stefano, perito di parte civile nel processo per il Dc 9 abbattuto nel cielo di Ustica.