Di Lorenzo Bianchi

Sanzioni “cosmetiche” contro la Turchia per punire il Sultano Recep Tayyip Erdoğan senza spingerlo definitivamente fra le braccia della Russia. E’ la quadratura del cerchio che nell’ arco di pochi giorni hanno dovuto tentare l’Unione Europea e gli Stati Uniti. L’11 dicembre il consiglio dei capi di stato e di governo della Ue ha bollato “le provocazioni e azioni unilaterali nel Mediterraneo orientale” ossia le trivellazioni nelle aree adiacenti alla Grecia e a Cipro alla ricerca di gas naturale e di petrolio. Alle precedenti misure contro il vicepresidente e il vicedirettore della Turkish Petroleum Corporation sono state affiancate liste “liste aggiuntive” di privati e di aziende turche impegnati nelle stesse attività. L’ambasciatore Ibrahim Kalin, il portavoce del presidente, aveva avvertito gli europei che se il presidente turco fosse costretto a lasciare l’incarico, si rafforzerebbero le correnti antioccidentali ed anti Vecchio Continente favorevoli alla Russia e alla Cina. Si aprirebbero così praterie politiche per l’estrema destra ultranazionalista e xenofoba, panturchista e islamista (che però è già l’unica stampella della maggioranza parlamentare guidata dal presidente turco).

Tre giorni dopo sono state messe in campo  le sanzioni degli Stati Uniti per l’acquisto dei missili difensivi S-400 russi (nella foto una rampa di lancio) per i quali Erdoğan nel 2017 stipulò un accordo da 2,5 miliardi di dollari con il suo pari grado Vladimir Putin. Le prime quattro batterie di vettori sono state accettate nel luglio del 2019. Secondo il segretario di stato americano Mike Pompeo l’intesa ha “messo in pericolo la sicurezza e la tecnologia del personale militare statunitense e ha fornito fondi sostanziali al settore russo della difesa,nonché l’accesso russo alle forze armate turche e all’industria della difesa”. Pompeo esorta la Turchia a “risolvere immediatamente il problema” e a cercare “di continuare la nostra storia decennale di cooperazione produttiva nel settore della difesa”.  Le misure americane sono selettive. Per il capo dell’industria bellica Ccb Ismail Demir e per tre suoi funzionari prevedono infatti il divieto di concedere visti e il congelamento dei loro beni in territorio statunitense nonché il blocco di tutte le licenze di esportazione di armamenti made in Usa. E’ stata risparmiata invece la Halkbank, il secondo istituto di credito turco, sospettata dai procuratori di New York di aver aiutato l’Iran ad aggirare le sanzioni per il suo programma nucleare. Demir definisce le sanzioni “un avvertimento”. Il Parlamento turco ha approvato quasi all’unanimità una richiesta di revoca del provvedimento “iniquo”. Si è opposto solo il Partito Democratico dei Popoli, in sigla Hdp, libertario e filo curdo.

Ankara era già stata “punita” con l’esclusione dal programma per il supercaccia invisibile F 35 Jsf. Avrebbe dovuto acquistare 120 velivoli per un valore di un miliardo e 400 milioni di dollari e ne aveva già ricevuti 8 che le sono stati ritirati. Ora si trova circondata da Paesi che li stanno già usando da anni (Israele) o li riceveranno come la Grecia. Lo storico nemico della Turchia progetta l’acquisto di almeno 18 F 35 Jsf. Anche gli Emirati Arabi Uniti hanno firmato un accordo di fornitura dei velivoli. Per il ministro degli esteri russo Serghej Lavrov le sanzioni sono un “atto di arroganza verso il diritto internazionale”. Sullo stesso fronte si colloca, non a caso, anche l’Iran. Il responsabile degli esteri Javad Zarif ha twittato contro il “disprezzo per il diritto internazionale”.

All’estero Erdoğan riscopre inconsueti  toni morbidi. Telefona al presidente del Consiglio Europeo Charles Michel e gli dice che vuole “aprire una nuova pagina nei rapporti con l’Europa”. Subito prima del summit europeo del 10 e dell’11 dicembre aveva ritirato nel porto di Antalya la nave per le ricerche sottomarine Oruc Reis che era stata inviata al largo dell’isola greca di Kastellorizo. Dopo due  anni e mezzo di vacanza dell’incarico avrebbe scelto per il ruolo di ambasciatore in Israele Ufuk Ulutas, un diplomatico che ha studiato all’Università di Gerusalemme.

Sul piano interno invece nulla di nuovo. La Turchia è seconda solo alla Cina per il numero di giornalisti finiti in carcere nel 2020, 37 secondo il Comitato per la protezione degli uomini dei media (in Cina sono stati 47). Lavvocato Aytaç Ünsal, in sciopero della fame da febbraio contro una condanna a dieci anni di carcere per presunto “terrorismo” è stato di nuovo fermato il 10 dicembre. Dopo la morte della collega Ebru Timtik, che aveva rifiutato il cibo per 238 giorni ed era spirata il 27 agosto, era stato scarcerato temporaneamente dalla Corte Suprema turca. Era il 3 settembre. Si era sistemato in una baracca nel quartiere Küçükarmutlu di Istanbul per un periodo di cura che secondo i medici avrebbe dovuto durare almeno un anno. Il 23 novembre la polizia aveva fatto irruzione nella sua abitazione, perquisendola e saccheggiando i suoi averi. Le persone trovate insieme a lui sono state arrestate. Dopo il golpe falllito del 15 luglio 2016 centoquarantamila dipendenti pubblici sono stati  destituiti dagli incarichi professionali.

E’ sfumato l’ultimo coriandolo di libertà in Turchia. Il presidente Recep Tayyp Erdoğan ha fatto approvare dal Parlamento una legge che imbavaglia i social network. Secondo “Human Rights Watch” è cominciato “un oscuro periodo di censura on line”. L’occasione, ma forse sarebbe più corretto usare il termine “pretesto”, è un neonato nipote del capo dello stato. La madre è Esra, figlia maggiore di Erdoğan e moglie del ministro delle finanze Berat Albayrak. Dopo la nascita del piccolo, che ha tre fratelli,  sarebbe divampata sui social una “campagna d’odio” contro la genitrice.

A tempo di record, appena una settimana, il Parlamento ha approvato nuove regole restrittive. L’Akp, il partito del presidente, sostiene che la norma è uno strumento necessario per contrastare il crimine cibernetico, i troll e i disseminatori di odio. La nuova legge, che riguarda i media on line capaci di attrarre oltre un milione di visitatori unici al giorno, concede 24 ore di tempo perché si adeguino alle ingiunzioni dei tribunali sull’eliminazione di contenuti “offensivi, minacciosi o discriminatori”. Non solo. I social  dovranno essere rappresentati nel Paese da cittadini turchi e i dati degli utenti dovranno essere conservati in server localizzati in Turchia.

Per chi non si adegua agli ordini dei magistrati o non ottempera alla nomina del fiduciario locale sono previste multe che possono arrivare fino a 1,2 milioni di euro. I trasgressori potranno anche subire una riduzione della larghezza della banda fino al 90 per cento. Andrew Gardner, delegato di Amnesty International in Turchia, osserva che dopo la chiusura di radio, giornali e tv critici nei confronti del governo e dopo l’arresto di decine di giornalisti questa è l’ultima “chiara violazione della libertà del diritto di espressione on line”. “Gli utenti dei social –rincara – debbono autocensurarsi per non offendere le autorità”.

Secondo uno studio dell’università turca Bilgi, tra il 2014 e il 2019, il governo turco ha ordinato la chiusura di circa 27 mila account e di quasi 246 mila pagine web. Nel primo trimestre del 2019 la Turchia ha guidato la graduatoria di Paesi che hanno sollecitato la rimozione di post a Twitter.  La compagine politica più importante dell’opposizione, il Partito Repubblicano del Popolo, in sigla Chp, kemalista e laico, coltiva l’idea di un  ricorso alla Corte Costituzionale. Lo Yiy, il “Partito Buono”, per bocca del suo vicepresidente Lütfü Türkkan sostiene che l’obiettivo della nuova legge è “trasformare internet in un segmento di un regime totalitario”.

Due mesi e mezzo fa era squillato un primo campanello di allarme. Facebook aveva oscurato Mariano Giustino, da oltre dieci anni corrispondente di “Radio Radicale” da Ankara. Il giorno prima il giornalista aveva pubblicato la notizia della scarcerazione di quello che nel suo ultimo post definiva “un membro della criminalità organizzata”. Si trattava di  Aalaattin Çakıcı, appartenente ai “Lupi Grigi”, un uomo condannato più volte, l’ultima per l’assassinio della moglie Nuriye Uğur Kılıç nel 1995. Il delitto gli era costato l’ergastolo ridotto in seguito a 19 anni e 2 mesi di reclusione.

Çakıcı non aveva una connotazione solo criminale. Durante le udienze di un processo a suo carico aveva dichiarato di aver lavorato per il“National Intelligence Service” all’estero. I Lupi Grigi sono legati al partito nazionalista Mhp che, grazie ai suoi 49 seggi, garantisce allo Akp la maggioranza nella Grande Assemblea Nazionale, il Parlamento turco.

Nella notte fra il 15 e il 16 aprile Çakıcı era uscito dall’ospedale di Kirikkale, la città nella quale era detenuto. Giustino spiegava nel suo post che aveva usufruito “di una riduzione di pena prevista per 90 mila prigionieri” per “limitare i contagi da Covid-19” sulla base di una legge che esclude dal beneficio “giornalisti, politici di opposizione e attivisti per i diritti umani”. Il giorno dopo Facebook gli ha inviato questo messaggio: “Abbiamo ricevuto le tue informazioni: se continuiamo a riscontrare che il tuo account non rispetta i nostri standard, rimarrà disabilitato. Facciamo sempre molta attenzione alla sicurezza delle persone su Facebook, pertanto fino ad allora non potrai usarlo”.

Giustino chiede subito spiegazioni, ricorda inutilmente che diverse ore prima del suo post lo stesso argomento è stato trattato su Facebook da media turchi che appoggiano il governo. Il 26 aprile prova a rientrare sul social di Zuckerberg, ma il tentativo dura solo pochi secondi. Ora lo si può vedere su Facebook solo grazie a un programma specifico che utilizza un canale di twitter alimentato da un  robot. “Facebook – ha scritto in un recente articolo per Articolo 21, un’associazione nata il 27 febbraio 2002 che riunisce esponenti del mondo della comunicazione, della cultura e dello spettacolo per promuovere il principio della libertà di manifestazione del pensiero (oggetto dell’Articolo 21 della Costituzione) – pur essendo una Community privata, non può comportarsi come un “Grande Fratello”. Dopo una lunga attesa il suo profilo è stato riattivato. Laura Bononcini, responsabile delle relazioni istituzionali di Facebook in Italia, durante un’audizione alla Camera ha spiegato che è stato “un errore”. I tempi dilatati della riammissione sarebbero dovuti alla pandemia del Covid-19.