Di Lorenzo Bianchi

Centinaia di manifestanti uccisi, mesi in piazza, la fioca speranza di un futuro diverso. Il sogno di milioni di iracheni ritorna nel cassetto dopo le elezioni parlamentari anticipate del 10 ottobre. Ali al-Nashmi, professore di relazioni internazionali all’Università Mustansiriyah di Baghdad, descrive l’esito del voto con queste parole: “E’ come nel 2018. Non succederà nulla. Si profilano gli stessi leaders, le stesse liste, gli stessi cronoprogrammi… tutte le speranze, tutti i sogni del popolo iracheno sono svaniti nel vento”.

I risultati preliminari sono indigeribili per gli estremisti sciiti legati all’Iran, una moltitudine in gran parte armata. Prima una nutrita schiera di uomini politici, compreso l’ex premier Haider al – Abadi, le ha definite “una truffa”. Poi centinaia di persone sono scese in strada e hanno bloccato la grande arteria che collega Baghdad al settentrione del Paese. I seggi della Coalizione sciita più esremista, Fateh (La conquista), sono calati da 48 a 15. Si profila invece una larga vittoria netta per Muqtada al-Sadr (nella foto), 47 anni, figlio dell’Imam Mohammed Sadeq al – Sadr assassinato a Najaf nel febbraio del 1999 da sicari mandati probabilmente  da Saddam Hussein. Inalberando la parola d’ordine “Indipendenti da tutti “ (leggi Usa e Iran) “Al Sairoon”, il suo partito, avrebbe conquistato 73 seggi su un totale di 329, venti in più rispetto all’ultima tornata elettorale. Nel 2003 Muqtada animò la rivolta contro l’occupazione statunitense. La seconda compagine politica più votata, 38 deputati, è “Taqaddoum” di Muhammad al- Halbousi, presidente del Parlamento in carica e leader dei sunniti iracheni. Il terzo classificato, 37 seggi, è la “Coalizione per lo stato di diritto” capeggiata dall’ex premier Nouri al-Maliki, uno sciita moderato che guidò il Paese fra il 2014 e il 2018. Trentadue mandati sarebbero il bottino del “Partito Democratico del Kurdistan”, guidato da Nechirvan Barzani, un curdo che ha intessuto forti legami con la Turchia. Quindici sarebbero stati conquistati dall’ “Unione  Patriottica del Kurdistan”, di chiare propensioni filo iraniane. Solo 14 sarebbero i parlamentari della Coalizione “Fateh” (la Conquista). I votanti sarebbero stati soltanto il 41 per cento, la percentuale più bassa registrata nelle cinque tornate elettorali che si sono tenute dopo la defenestrazione di Saddam Hussein.

Il primo ministro in carica Mustafa al – Kadhimi aveva anticipato il voto, previsto per il prossimo anno, proprio per fare un passo di apertura al movimento di protesta, composto prevalentemente da giovani, che dal 2019 per mesi è sceso in piazza contro la corruzione, la disoccupazione, il degrado dei servizi pubblici e l’influenza dell’Iran nella vita politica. Centinaia di dimostranti sono stati freddati sul posto o rapiti. Secondo il network televisivo satellitare del Qatar “al-Jazeera”, che spesso è in sintonia con i “Fratelli Musulmani” sunniti, il movimento è convinto della circostanza  che I gruppi armati filo iraniani, molti dei quali sono confluiti nella polizia di stato, siano responsabili di questa spietata repressione.

In questo quadro potrebbe vedere la luce una coalizione di maggioranza forte di almeno 180 seggi garantiti dalle pattuglie parlamentari di al – Sadr, di al – Halbousi,  di al- Maliki e di Barzani All’opposizione verrebbero relegati sicuramente solo i seguaci dell’alleanza “Fateh” alla quale hanno aderito anche le “Forze di mobilitazione popolare”, in arabo “Hashd al- Shaabi”. Secondo il sito curdo “Rudaw” il 17 febbraio tre membri della Ventottesima Brigata delle “Forze di mobilitazione popolare” sciite sono stati uccisi dagli uomini in nero a un posto di blocco che si trovava 28 chilometri a nord di Khanakin, nella provincia di Diyala che confina con l’Iran. “Hashd al- Shaabi” è nato nel 2014 quando il grande ayatollah Ali Sistani, la massima autorità sciita dell’Iraq che si fregia del titolo di “marja’ al-Taklid” ossia “fonte di imitazione”, ha invitato i giovani iracheni a prendere le armi per fermare l’Isis che in giugno aveva occupato Mosul. Il 2 febbraio cinque  uomini in armi di “Hashd al – Shaabi” erano caduti in uno scontro con miliziani dell’Isis a Diyala. Altri 11 avevano perso la vita in un’imboscata dei combattenti in nero a Salah al Din, a nord della capitale irachena.

Il 16 febbraio la milizia sciita “Saraya Awliya al- Dam”, i “Guardiani del sangue”, ha rivendicato la pioggia di missili  del giorno prima sull’aeroporto di Erbil, capitale del Kurdistan iracheno che ha conquistato una larga autonomia da Baghdad. Lo scalo ospita anche la base della coalizione a guida americana impegnata nella lotta all’Isis. Un contractor iracheno e uno straniero hanno perso la vita. Le autorità curde hanno arrestato due sospettati. Uno, Haydar Hamza Bayati, avrebbe confessato di appartenere alla “Kataib Sayyid Ash- Shuhada”, le “Falangi del Signore dei martiri”, anch’esse confluite nelle Forze di mobilitazione popolare. Il 26 febbraio il presidente americano Joe Biden ha ordinato per la prima volta un raid aereo in Siria orientale contro postazioni dei combattenti filo iraniani inquadrati nelle formazioni “Kaitaib Hezbollah” e “Kaitaib Sayyid ash-Shuhada” provocando la morte di un miliziano e due feriti.

Il 21 gennaio a Baghdad due kamikaze si sono fatti esplodere nella piazza Tayyaran (dell’Aviazione) sede di un mercatino di abiti usati sempre affollato e luogo abituale di reclutamento per aspiranti a lavori a giornata. Un massacro di povera gente, 35 morti e 110 feriti, alcuni gravi. Da un anno e mezzo la capitale non veniva colpita così duramente.  L’ultima carneficina di proporzioni quasi identiche, 38 vittime falciate da due kamikaze, aveva seminato cadaveri sulla stessa piazza il 15 gennaio del 2018.

Un mese prima il governo centrale aveva dichiarato solennemente che l’Isis era stato debellato. Il luogo è un obiettivo altamente simbolico per i guerriglieri sunniti iracheni. Bab al Sharqi, la “Porta di Oriente”, l’area che circonda il mercato, è una roccaforte dell’ ”Esercito del Mahdi”, l’agguerrita e potente milizia sciita dell’Iraq centrale che è stata la punta di diamante della lotta al sedicente Califfato Islamico. Gli autori dell’attentato sono stati di nuovo due. Il primo si è intrufolato fra le bancarelle degli abiti usati e ha finto un malore. Quando la gente si è avvicinata per soccorrerlo ha azionato il detonatore di una cintura esplosiva. Il secondo è scappato in direzione di Bab al Sharqi, ma è stato inseguito da poliziotti e cittadini che sono riusciti a bloccarlo e a farlo cadere terra. Appena si è visto perduto ha tirato il gancio di una cintura imbottita di esplosivo.   Il ministro dell’interno, il generale Tahsin Khafaji, ha dichiarato alla tv “Al Iraqiya” che il massacro “ha le impronte del sedicente Stato islamico”.   Il 3 marzo dieci razzi hanno colpito una base aerea degli Stati Uniti e delle forze armate britanniche e irachene ad Ayn al Asad, nella provincia sunnita dell’ al Anbar che confina con la Siria. Secondo “al Iraqiya” nell’attacco è morto un contractor per infarto.

Come per incanto. le armi si sono fermate per Papa Francesco cominciata il 5 marzo 2021. La milizia “Saraya Awliya al Dam”, la “Brigata dei guardiani del sangue”, i combattenti sciiti che avevano lanciato razzi sull’aeroporto di Erbil il 15 febbraio, ha annunciato la “sospensione di qualsiasi forma di operazione militare durante la visita del Papa per rispetto dell’imam Sistani e in nome dell’accoglienza araba”. In nome invece di una posticcia pace sociale il giorno dell’arrivo del Pontefice sono stati fermati e poi quasi tutti rilasciati un centinaio di dimostranti che a Diwaniya e a Babilonia chiedevano il licenziamento del governatore di Babilonia Hassan Mandil, perché sospettato di corruzione e di aver deteriorato “la fornitura dei servizi nella provincia”. Alcuni appartenenti alle forze dell’ordine sono stati feriti. Su twitter si sono moltiplicati gli hashtag “salvaci” e “guarda il popolo oppresso” indirizzati al Papa.

L’ultima carneficina a Baghdad mirava a destabilizzare  un Paese già fragile a ridosso di una consultazione elettorale.  A partire dall’ottobre del 2019 decine di migliaia di iracheni hanno manifestato contro gli alti papaveri della politica e contro la corruzione chiedendo a gran voce un voto anticipato. Il primo ministro Mustafa al-Khadimi è stato nominato in maggio e ha immediatamente chiesto alla Alta Commissione Elettorale Indipendente (in sigla inglese IHEC) di “prendere tutte le misure necessarie” per chiamare i suoi connazionali alle urne. In novembre il presidente iracheno Barham Salih ha firmato la legge che istituisce circoscrizioni più piccole. Proprio nel giorno della nuova mattanza nella capitale il consiglio dei ministri però aveva rinviato la consultazione elettorale da giugno al 10 ottobre per estendere il periodo di registrazione delle alleanze politiche, come aveva chiesto la Commissione Elettorale Indipendente.