Di Lorenzo Bianchi

Donne, vita e libertà”,”abbasso il dittatore”. In Iran sembra tornata l’onda verde di contestazione del 2009. Ma questa volta l’ha scatenata la morte di una giovane donna. Mahsa Amini (nella foto), 22 anni, originaria di Saqqez, un centro della zona curda, era stata arrestata all’uscita Shahid Haghani della metropolitana della capitale dalla polizia religiosa perché non indossava il velo in modo che le coprisse tutti i capelli. “La portiamo – hanno detto gli agenti al fratello Kiarash – a fare una lezione di moralità”. E’ morta venerdì 16 settembre, dopo tre giorni di coma. Le manifestazioni d protesta sono dilagate in tutto il Paese dagli ayatollah, nelle strade, nei bazar, nelle università e nelle stazioni della metropolitana. Cinquanta dimostranti sono stati uccisi secondo Iran Human Rights che ha sede in Norvegia. L’organizzazione curda per i diritti umani Hengaw ha riferito che le forze di sicurezza hanno sparato. nella notte fra giovedì 22 e venerdì 23  settembre, con «armi semiautomatiche » contro i manifestanti a Oshnaviyeh (nel nord-ovest). Nelle altre città la polizia ha reagito con cannoni ad acqua, gas lacrimogeni e anche colpi di arma da fuoco contro i dimostranti che ogni sera scendono in piazza, bloccano il traffico e incendiano cassonetti. Moltissime donne si sono tolte il velo e lo hanno bruciato oppure si sono tagliate la chioma come si usa nel Kurdistan iraniano quando c’è un lutto. Il presidente Ebrahim Raisi ha accusato l’Occidente di avere “doppi standard” sui diritti delle donne, ma ha promesso un’inchiesta e ha definito Mahsa “una figlia”. Un consigliere della Guida Suprema del Paese Ali Khamenei ha assicurato alla famiglia di Mahsa che il Grande Ayatollah è “addolorato” per l’accaduto. “Ho partecipato ai raduni, perché mi ricordo le vessazioni che da adolescente ho subito quando la polizia ci fermava per strada solo per aver calzato delle scarpe rosse o per avere indossato male l’hijab – ha raccontato all’ANSA Mahvash, una donna di 55 anni – e non voglio che mia figlia soffra lo stesso”. L’hashtag persiano #MahsaAmini ha raggiunto oltre 3 milioni di menzioni su Twitter.

Dai tempi dell’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti il regime si è rinchiuso su sé stesso. Questa all’epoca era la valutazione di Mahmood Amiry Moghaddam, capo di “Iran Human Rights”, il sito che teneva una minuziosa e documentata contabilità delle esecuzioni nella Repubblica Islamica. L’ex presidente riformista Mohammed Khatami aveva proposto poco prima una “riconciliazione nazionale” che cancellasse il ricordo della sanguinosa repressione dell’”onda verde”, i moti di piazza  del 2009 scatenati dal sospetto che solo i brogli avessero consentito la conferma di Mahmoud Ahmadinejad alla presidenza del Paese.

La guida suprema Ali Khamenei aveva detto chiaro e tondo che la proposta di una pace duratura fra conservatori e riformisti “è senza senso” perché “la gente è contro coloro che sono scesi in piazza nel giorno dell’Ashura (del 2009) e non si riconcilierà con quelle persone”. Pietra tombale. All’epoca al vertice della teocrazia c’erano diverse fazioni. La Guida scelse di compattare l’establishment ed è andato avanti per quella strada”.

In uno dei suoi ultimi discorsi il potente ex presidente Hashemi Rafsanjani si era avventurato a parlare della successione a Khamenei. “Quando è morto – annotava il capofila di Iran Human Rights – i suoi seguaci più potenti sono stati rimossi. Ed è rimasta una traccia del dissenso fra i due perfino al funerale di Rafsanjani. Khamenei ha condotto la preghiera islamica, ma poi nel sermone di ricordo del defunto ha saltato una delle frasi che si pronunciano sempre, quella nella quale si riconosce allo scomparso di non aver mai commesso cattive azioni. Non solo. Nel suo indirizzo iniziale La Guida non si è rivolta al suo ormai ex avversario usando il titolo di ayatollah,  ma quello di hojatoleslam, il grado inferiore nella scala gerarchica”.

Il leader e fondatore di Iran Human Rights sosteneva che l’arrivo di Trump alla Casa Bianca aveva fatto risorgere l’argomento della “minaccia esterna e aveva spianato la strada a Khamenei e ai suoi verso il centro del sistema. La Guida Suprema aveva avuto problemi più gravi nel trattare con Obama. La scorsa settimana lo ha riconosciuto pubblicamente. La retorica aggressiva di Trump gli faceva gioco. Il suo vero problema erano invece le lotte intestine che avevano fatto affiorare la corruzione del regime e che avevano coinvolto perfino i giudici. Nell’ultimo anno era emerso che i magistrati avevano usato per se stessi gli interessi dei denari versati per il rilascio dei detenuti su cauzione”.