Di Lorenzo Bianchi

L’ultimo parto dell’ingegno peronista è la “bancarotta morbida”. Oggi l’Argentina non pagherà una tranche del suo debito che vale 503 milioni di dollari e che, secondo il quotidiano “El Clarin”, è collegata ai titoli AA21, AA26 e AA46 emessi dall’ex presidente Mauricio Macri nell’aprile del 2016. La rata scade alle 17 ora di New York, le 23 italiane. Per il responsabile dell’economia Martin Guzman (a destra nella foto dell’Agi) la data e l’ora del nono default del suo Paese sono semplicemente “aneddotici”. Nel senso che lo stato continuerà a trattare con i creditori che vedono in prima fila il Fondo “Black Rock” del finanziere statunitense Lawrence Fink, il “re del rischio”, il banchiere che ha in portafoglio circa un quarto dei titoli che Buenos Aires non sta onorando.

Le cifre trapelate sui giornali misurano una distanza che non pare incolmabile. Fink sarebbe disposto a scendere a 50-55 centesimi per ogni dollaro di debito. Guzman aveva proposto 40 centesimi. I 21 titoli onerosi che schiacciano l’Argentina dovrebbero essere sostituiti da altri di durata ventennale. Buenos Aires comincerebbe a pagare il debito all’inizio del 2023 con interessi dello 0,5 per cento destinati a salire fino al 2,5 dopo un taglio del capitale originario del 5,4 per cento e degli interessi pari al 64 per cento.

Il Fondo Monetario Internazionale, che dovrebbe recuperare 44 miliardi di dollari concessi a Macri per ora sta alla finestra. Il suo portavoce Gerry Rice dice al giornale “La Nacion” di non avere un cronoprogramma “al momento”. I suoi tecnici hanno calcolato che il martoriato Paese sudamericano avrebbe bisogno nel prossimo decennio di un taglio del debito estero di almeno 55 miliardi di dollari su 67.

Nei giorni scorsi il presidente Alberto Fernandez ha ribadito che non può accollarsi impegni che non potrà poi rispettare. I creditori, prevedono gli economisti, questa volta non sono intenzionati ad intentare azioni legali come fecero in passato, in particolare presso una Corte di New York. Da questo atteggiamento è scaturita la definizione di “default blando”. Il preannuncio di questo esito è arrivato la scorsa settimana dalla Provincia della capitale.

Sul tavolo ci sono tre offerte, quella del gruppo capeggiato da Black Rock, la meno gradita al governo, e altre due, una del Comitato argentino del credito e una proposta dai detentori di debito pubblico che parteciparono agli scambi del 2005 e del 2010. Secondo L’economista Jorge Neyro, docente all’Università di Buenos Aires, ha dichiarato a “La Nacion” che, se si esclude il biennio ’25-’27, non ci sono differenze sostanziali fra le ultime due per i prossimi dieci anni.

Sullo sfondo impazzano il coronavirus, oltre 600 nuovi contagi al giorno, e i guai giudiziari della vicepresidente Cristina Kirchner. Il processo contro l’immarcescibile numero due dell’esecutivo, accusata di essere stata corrotta dal costruttore Lazaro Baez, si è bloccato per difficoltà tecniche. O almeno questa è la spiegazione ufficiale che non convince molto sei dei tredici membri del “Consiglio della magistratura”.

Una e mail del responsabile della tecnologia per l’organo di autogoverno dei togati recita testualmente: “Per il momento siamo nella fase di elaborazione di nuove soluzioni che, quando ce lo diranno i nostri superiori, saranno nelle condizioni di soddisfare ciò che ci viene richiesto. La disponibilità di accessi abilitati è di 122 porte per tutto il Paese e richiede l’installazione di un cliente e di una Vpn per ciascun partecipante. Fino a quando non avremo un ordine in tal senso non comunico né date né dettagli”. Pablo Tonelli deputato di “Juntos por el cambio”, la coalizione guidata da Macri, ha obiettato che la risposta è inammissibile visto che entrambe le Camere argentine tengono abitualmente riunioni “da remoto”.