Di Lorenzo Bianchi

“Era il mio sogno d’infanzia”, ha sussurrato Recep Tayyip Erdoğan. Dopo 86 anni Santa Sofia è tornata ad essere un luogo di preghiera islamica. Il presidente turco, in vestito blu, è inginocchiato in prima fila. Non indossa la mascherina, ma ha in testa il tradizionale copricapo bianco a forma di zucchetto. Vicino a lui sono schierati i ministri. Di fronte c’è il grande capo dell’ente religioso di stato, il Diyanet, Ali Erbaş. Durante il sermone tiene nella mano sinistra una spada. Secondo il quotidiano “Hurriyet” questo gesto ha un significato. E’ concepito per “infondere fiducia agli alleati”. Sull’arma sono incise tre mezze lune che raffigurano i tre continenti sui quali si estendeva l’Impero sconfitto al termine della prima guerra mondiale. Sul fodero sono ricamati versi che inneggiano alle conquiste ottomane.

Prima che cominciassero le preghiere il Presidente turco ha recitato due versetti del libro sacro per i musulmani, le sure al-Fatihah e la al-Baqarah.

Dopo la cerimonia, alle 13 e 10, è andato a rendere omaggio alla tomba di Mehmet II il conquistatore, il sultano che espugnò Costantinopoli nel 1453 e che trasformò in moschea Santa Sofia. La basilica era stata cristiana per 916 anni. I quattro minareti che circondano la chiesa sono opera sua.

La data scelta da Erdoğan ha un significato preciso. Il 24 luglio è  l’anniversario del trattato di Losanna che smembrò l’Impero Ottomano. Kemal Atatűrk, il padre della Turchia laica, nel 1934 trasformò Santa Sofia in un museo, fece togliere i tappeti che impedivano di vedere i marmi preziosi del pavimento e l’intonaco bianco che nascondeva le icone e i mosaici bizantini. Le coperture ora conoscono nuova vita. Durante le funzioni islamiche le opere d’arte della basilica cristiana sono nascoste da tende. Per i pavimenti Erdoğan ha scelto di persona tappeti di colore verde scuro impreziositi da disegni che riproducono motivi ornamentali al diciassettesimo secolo. L’Islam sunnita vieta infatti la riproduzione della figura umana.

All’interno della ex basilica sono state ammesse solo 350 persone, per indiscutibili motivi di distanziamento sociale imposto dal Covid-19 che in Turchia fa registrare oltre 900 contagi al giorno da una settimana. All’esterno, stima entusiasta il capo dello stato turco, nella piazza Sultanahmet si sono radunate 350 mila persone suddivise in 5 aree, tre riservate agli uomini e due alle donne. I due sessi sono stati rigorosamente divisi. Gli undici accessi all’area in mattinata sono stati chiusi dai 21 mila addetti alla sicurezza e dai 700 operatori sanitari che offrivano mascherine, gel igienizzante e tappetini monouso per la preghiera.

All’interno di Santa Sofia c’era naturalmente l’alleato di ferro di Erdoğan, il capo del partito nazionalista “Mhp” Devlet Bahçeli nella cui orbita gravitano anche i “Lupi Grigi”. Brillava invece per la sua assenza Abdullah Gül, già presidente della compagine politica del capo dello stato. Ahmet Davutoğlu, l’ex primo ministro che ha fondato il “Partito del futuro”, era in piazza. Kemal Kılıçdaroğlu, leader del “Chp”, il “Partito Repubblicano del popolo” kemalista, il più importante dell’opposizione, era stato invitato, ma non si è fatto vedere argomentando che la “religione non deve essere usata per dividere”.  Il sindaco di Istanbul Ekrem İmamoğlu, che ha sconfitto per ben due volte il candidato sponsorizzato dal presidente turco, ha sostenuto di essere stato  ignorato dagli organizzatori della cerimonia.

Sulla trasformazione di Santa Sofia in moschea l’opinione pubblica turca sembra divisa. Soner Capatay, direttore del programma di ricerca sul paese anatolico presso l’ “Istituto per la politica per il vicino Oriente” di Washington, ha rivelato alla “Stampa”  che, stando ai sondaggi, i favorevoli sono il 37 per cento e i contrari il 44. Le classi più anziane dell’elettorato di Erdoğan sarebbero “molto sensibili alla carta della vittimizzazione delle fasce più religiose della società ai danni delle élite laiche.

Istanbul è la cassaforte della Turchia. Garantisce un terzo del Prodotto Interno Lordo (più del Pil complessivo della Grecia o del Portogallo) e manovra un bilancio metropolitano di 8 miliardi di euro.   “Chi vince nella metropoli del Bosforo vince in tutta la Turchia”, teorizzava lo stesso Erdogan che ha cominciato la sua lunga carriera politica con l’investitura a sindaco della città nel 1994.