Di Lorenzo Bianchi

Dalle 24 del 15 aprile nella centrale sotterranea di Natanz l’uranio viene arricchito al 60 per cento al ritmo di 9 grammi all’ora. E’ la capacità più alta di raffinazione  mai raggiunta dall’Iran,  ma è ancora al di sotto del 90-95 per cento necessario per le testate nucleari.  L’annuncio alla tv di stato lo ha dato Akbar Salehi, il capo dell’Agenzia per l’energia atomica della teocrazia.  Questa la reazione degli ayatollah alla esplosione che il 12 aprile aveva messo a rischio il sistema interno di alimentazione elettrica di Natanz.  Poche ore prima erano state messe in opera nuove centrifughe IR-6 (nella foto). Il 17 aprile la tv di stato iraniana ha pubblicato il nome dell’autore del sabotaggio e la sua foto. Sarebbe Reza Karimi, 43 anni, nato nella città di Kashan, la più vicina all’impianto di Natanz. Con una prassi isolita l’Iran lo avrebbe segnalato all’Interpol.  Il giorno precedente il presidente iraniano Hassan Rouhani aveva definito l’avvio dell’arricchimento dell’uranio al sessanta per cento una risposta al “terrorismo nucleare di Israele”.  Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden aveva dichiarato che la decisione non è utile alla ripresa dei negoziati in corso a Vienna dal 6 gennaio. Sulla trattativa il rappresentante della Ue nel negoziato Enrique Mora accredita “progressi” da consolidare “in un lavoro più dettagliato” che dovrebbe continuare anche la prossima settimana.

Il 16 gennaio, alla vigilia dell’insediamento di Joe Biden. La teocrazia iraniana aveva mostrato i muscoli. In meno di tre settimane si era esibita in altrettante esercitazioni militari culminate nell’ “operazione Grande Profeta 15”, un lancio di  missili balistici che avevano colpito due obiettivi a 1800 chilometri di distanza volando da un deserto nell’Iran centrale fino all’Oceano indiano settentrionale.  Dopo quasi tre mesi un’esplosione ha fatto tremare i tunnel di Natanz. Fonti di intelligence citate dal “New York Times” hanno accreditato l’ipotesi che programma atomico iraniano  potesse subire un ritardo di almeno 9 mesi e che all’incidente non fosse estranea la mano di Israele. L’Iran ha minimizzato. Akbar Salehi ha assicurato invece che l’arricchimento dell’uranio  procedeva “con vigore“ grazie al sistema di alimentazione di emergenza, ha ammesso genericamente un “sabotaggio” e lo ha attribuito a Israele. Il suo portavoce Behrouz Kamalvandi ha ribadito che si è trattato di “una piccola esplosione”. Durante l’ispezione, con tutta evidenza movimentata,  fatta a Natanz dopo la deflagrazione è caduto in un buco coperto da fogli di alluminio, è precipitato per sette metri, si è fratturato tutte e due le gambe e ha battuto la testa. E’ stato ricoverato d’urgenza nell’ospedale di Kashan.

Da Gerusalemme nessuna reazione. Ma dopo aver incontrato il capo del Pentagono Lloyd Austin il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha ripetuto per l’ennesima volta la sua linea intransigente nei confronti della teocrazia. “Non permetterò mai – ha garantito – che Teheran ottenga la capacità nucleare per portare a termine il suo obiettivo genocida di eliminare Israele”. Nelle stesse ore la sua intelligence ha lanciato un nuovo allarme accusando l’Iran di avere creato falsi profili sui social network che lanciano l’amo di proposte allettanti, sia di affari sia sentimentali, per attirare cittadini israeliani che poi potrebbero poi diventare l’obiettivo di attentati o di rapimenti.

Il 10 febbraio a Isfahan, nella parte occidentale del Paese,  sarebbe cominciata la produzione di uranio metallico che Francia, Germania e Regno Unito considerano del tutto inutile in centrali nucleari per usi civili.  Secondo il “Wall Street Journal” l’informazione è stata comunicata all’Agenzia delle Nazioni Unite contro la proliferazione delle armi nucleari, in sigla Aiea. Per la Germania, per la Francia e per la Gran Bretagna questa mossa un’ aperta violazione del Piano di azione globale congiunto (Jcpoa) del 2015 che avrebbe dovuto congelare i programmi nucleari iraniani per dieci anni. Teheran ribatte che sta solo tentando di assicurare combustibile avanzato a un reattore di ricerca della capitale. Nel 2018 l’accordo è stato denunciato e abbandonato dal presidente statunitense Donald Trump.

All’esercitazione  “Grande Profeta 15” avevano assistito il comandante dei Pasdaran Hossein Salami, il numero uno dell’aeronautica delle Guardie della Rivoluzione Amir Ali Hajizadeh e il capo di stato maggiore delle forze armate Mohammad Bagheri. Una squadriglia di droni armati sviluppati in Iran aveva preso di mira i sistemi difensivi del potenziale nemico.  Poi erano piovuti missili terra-terra a combustibile solido “Zelzal” e “Dezful” della classe “Zolfaqar” capaci di colpire a 700 chilometri di distanza.  Il giorno dopo dal deserto sono partiti i missili balistici di varie classi che avrebbero centrato i due obiettivi nell’Oceano indiano settentrionale.

Salami aveva definito il lancio “una svolta che consente di colpire navi che solcano l’oceano dal cuore della nostra terra”.  In precedenza il Parlamento, dominato dai conservatori , aveva deciso di arricchire l’uranio fino al 20 per cento travolgendo la soglia del 3,67 fissata dagli accordi del 2015 firmati da Iran, Stati Uniti, Russia, Cina, Regno Unito, Francia e Germania. Teheran ora avrebbe a sua disposizione circa 120 chili all’anno di materiale fissile.

Il 27 novembre a est di Teheran e in pieno giorno un robot comandato da remoto, se si deve credere alla versione dell’agenzia dei Pasdaran “Fars”, aveva eliminato il padre dell’atomica degli ayatollah Mohsen Fakhrizadeh. Sulla fine di Fakhrizadeh esistono due versioni molto diverse.  La “Fars” ha sostenuto che per l’operazione, durata solo tre minuti, non è stato schierato nessun uomo sul terreno. Sul bordo della strada c’era un furgone Nissan. Sul cassone era montata una mitragliatrice automatica di grosso calibro comandata da un satellite. Fakhrizadeh viaggiava su un Suv blindato assieme alla moglie. Il veicolo era scortato da tre auto. La coppia era diretta verso la casa di parenti che abitano nei sobborghi di Teheran. Ad Absard, a est della capitale, la prima auto del convoglio si è allontanata  per fare un sopralluogo. Fakhrizadeh ha sentito uno schianto ed è sceso dalla vettura. In quel momento dalla Nissan sono partiti i proiettili. Tre lo hanno colpito a morte alla schiena. Subito dopo il veicolo dal quale è partito il fuoco è saltato in aria. Secondo le prime indagini Il proprietario del furgone avrebbe lasciato l’Iran il 28 ottobre.

La ricostruzione dell’agenzia del governo iraniano “Irib” è diversa: l’azione sarebbe stata condotta da un commando di dodici uomini arrivati in moto  e in auto dopo l’esplosione del furgone Nissan. Tutti sarebbero riusciti a dileguarsi.  Alcuni anni fa Fakhrizadeh era sopravvissuto a un attentato che, secondo il regime, era stato organizzato dal Mossad, il controspionaggio israeliano all’estero. L’intelligence israeliana sospetta che lo scienziato abbia continuato le sue ricerche sull’uranio, sugli esplosivi ad alta potenza e sulle testate dei missili all’interno della “Organizzazione per l’innovazione e la ricerca difensiva”, in sigla Spnd . Le due versioni sulla sua morte sembrano il sintomo contrasti nel regime che sono rimasti sottotraccia dal 2009.