Di Lorenzo Bianchi

Sfuma l’ultimo coriandolo di libertà in Turchia. Il presidente Recep Tayyp Erdoğan ha fatto approvare dal Parlamento una legge che imbavaglia i social network. Secondo “Human Rights Watch” è cominciato “un oscuro periodo di censura on line”. L’occasione, ma forse sarebbe più corretto usare il termine “pretesto”, è un neonato nipote del capo dello stato. La madre è Esra, figlia maggiore di Erdoğan e moglie del ministro delle finanze Berat Albayrak. Dopo la nascita del piccolo, che ha tre fratelli,  sarebbe divampata sui social una “campagna d’odio” contro la genitrice.

A tempo di record, appena una settimana, il Parlamento ha approvato nuove regole restrittive. L’Akp, il partito del presidente, sostiene che la norma è uno strumento necessario per contrastare il crimine cibernetico, i troll e i disseminatori di odio. La nuova legge, che riguarda i media on line capaci di attrarre oltre un milione di visitatori unici al giorno, concede 24 ore di tempo perché si adeguino alle ingiunzioni dei tribunali sull’eliminazione di contenuti “offensivi, minacciosi o discriminatori”. Non solo. I social  dovranno essere rappresentati nel Paese da cittadini turchi e i dati degli utenti dovranno essere conservati in server localizzati in Turchia.

Per chi non si adegua agli ordini dei magistrati o non ottempera alla nomina del fiduciario locale sono previste multe che possono arrivare fino a 1,2 milioni di euro. I trasgressori potranno anche subire una riduzione della larghezza della banda fino al 90 per cento. Andrew Gardner, delegato di Amnesty International in Turchia, osserva che dopo la chiusura di radio, giornali e tv critici nei confronti del governo e dopo l’arresto di decine di giornalisti questa è l’ultima “chiara violazione della libertà del diritto di espressione on line”. “Gli utenti dei social –rincara – debbono autocensurarsi per non offendere le autorità”. Secondo uno studio dell’università turca Bilgi, tra il 2014 e il 2019, il governo turco ha ordinato la chiusura di circa 27 mila account e di quasi 246 mila pagine web. Nel primo trimestre del 2019 la Turchia ha guidato la graduatoria di Paesi che hanno sollecitato la rimozione di post a Twitter.  La compagine politica più importante dell’opposizione, il Partito Repubblicano del Popolo, in sigla Chp, kemalista e laico, coltiva l’idea di un  ricorso alla Corte Costituzionale. Lo Yiy, il “Partito Buono”, per bocca del suo vicepresidente Lütfü Türkkan sostiene che l’obiettivo della nuova legge è “trasformare internet in un segmento di un regime totalitario”.

Due mesi e mezzo fa era squillato un primo campanello di allarme. Facebook aveva oscurato Mariano Giustino, da oltre dieci anni corrispondente di “Radio Radicale” da Ankara. Il giorno prima il giornalista aveva pubblicato la notizia della scarcerazione di quello che nel suo ultimo post definiva “un membro della criminalità organizzata”. Si trattava di  Aalaattin Çakıcı, appartenente ai “Lupi Grigi”, un uomo condannato più volte, l’ultima per l’assassinio della moglie Nuriye Uğur Kılıç nel 1995. Il delitto gli era costato l’ergastolo ridotto in seguito a 19 anni e 2 mesi di reclusione.

Çakıcı non aveva una connotazione solo criminale. Durante le udienze di un processo a suo carico aveva dichiarato di aver lavorato per il“National Intelligence Service” all’estero. I Lupi Grigi sono legati al partito nazionalista Mhp che, grazie ai suoi 49 seggi, garantisce allo Akp la maggioranza nella Grande Assemblea Nazionale, il Parlamento turco.

Nella notte fra il 15 e il 16 aprile Çakıcı era uscito dall’ospedale di Kirikkale, la città nella quale era detenuto. Giustino spiegava nel suo post che aveva usufruito “di una riduzione di pena prevista per 90 mila prigionieri” per “limitare i contagi da Covid-19” sulla base di una legge che esclude dal beneficio “giornalisti, politici di opposizione e attivisti per i diritti umani”. Il giorno dopo Facebook gli ha inviato questo messaggio: “Abbiamo ricevuto le tue informazioni: se continuiamo a riscontrare che il tuo account non rispetta i nostri standard, rimarrà disabilitato. Facciamo sempre molta attenzione alla sicurezza delle persone su Facebook, pertanto fino ad allora non potrai usarlo”.

Giustino chiede subito spiegazioni, ricorda inutilmente che diverse ore prima del suo post lo stesso argomento è stato trattato su Facebook da media turchi che appoggiano il governo. Il 26 aprile prova a rientrare sul social di Zuckerberg, ma il tentativo dura solo pochi secondi. Ora lo si può vedere su Facebook solo grazie a un programma specifico che utilizza un canale di twitter alimentato da un  robot.

“Credo – ha spiegato a Ossigeno per l’informazione, un osservatorio promosso dalla Federazione Nazionale Stampa Italiana e dall’Ordine dei Giornalisti per tenere viva l’attenzione sulle minacce e sui gravi abusi a danno di operatori italiani della comunicazione – che Facebook agisca in modo differente nei vari Stati, secondo la loro giurisdizione e la loro “governance”. Per esempio in Svezia, in Germania o in Italia si comporta in un modo, in Cina o in Turchia in un altro, adeguandosi al rispetto dei diritti umani e della libertà di espressione che esiste in ciascun Paese”. “Facebook – ha scritto in un recente articolo per Articolo 21, un’associazione nata il 27 febbraio 2002 che riunisce esponenti del mondo della comunicazione, della cultura e dello spettacolo per promuovere il principio della libertà di manifestazione del pensiero (oggetto dell’Articolo 21 della Costituzione) – pur essendo una Community privata, non può comportarsi come un Grande Fratelloche persegue i suoi legittimi interessi economici violando le convenzioni internazionali sui diritti umani e i principi fondamentali che sono alla base di ogni convivenza civile”.