Di Lorenzo Bianchi

I palestinesi sono scesi in piazza a migliaia a Gerico e a Gaza e a el-Bireh, la città satellite di Ramallah, sede dell’Autorità Nazionale Palestinese e del presidente Abu Mazen (nella foto Ansa). Temono che il loro incubo si trasformi in realtà. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu aveva annunciato che a partire dal primo luglio avrebbe annesso le colonie ebraiche della Cisgiordania e della valle del Giordano. Gerico diventerebbe una sorta di isola araba.

“Il primo ministro potrà portare l’intesa sull’applicazione della sovranità da raggiungersi con gli Stati Uniti al tavolo del gabinetto e chiedere l’approvazione del governo oppure del Parlamento”. Questo è il paragrafo 19 dell’accordo firmato con l’ex capo di stato maggiore delle forze armate Benny Gantz che ora guida il Partito Blu e bianco, una compagine politica moderata di centro destra. Sulla data Natanyahu si è esibito subito in  una frenata prudenziale di almeno un mese. “Nei prossimi giorni – si legge in un comunicato del suo ufficio – ci saranno ulteriori discussioni con l’amministrazione statunitense”. “Il coordinamento con gli americani – ha spiegato alla radio delle Forze Armate Ofir Akunis, ministro responsabile della cooperazione regionale e molto vicino al premier – non può essere disatteso. Il programma non sarà attuato prima della fine del mese“.

Il nuovo governo israeliano ha ottenuto la fiducia del Parlamento, la Knesset, il 17 maggio. L’intesa prevede anche una staffetta alla testa dell’esecutivo, Netanyahu, detto Bibi e leader del partito conservatore Likud, sarà primo ministro fino alla fine del 2021. Poi toccherà a Gantz. L’annessione sarebbe prevista per l’area C, una fascia di territorio che comprende,secondo i defunti accordi di pace del 1993, la stragrande maggioranza delle colonie israeliane in Cisgiordania e la quasi totalità della Valle del Giordano esclusa Gerico.

In una telefonata a Vladimir Putin il presidente palestinese Abu Mazen si è dichiarato disponibile a riaprire i negoziati con Israele sotto la supervisione del Quartetto, ossia Russia, Stati Uniti, Unione Europea e Onu. Nell’attesa della svolta fatale  la sua polizia ha arrestato per l’ennesima volta Fayez Sweiti, alfiere del gruppo “mano nella mano verso una patria libera dalla corruzione”. In una lettera aperta il dissidente denunciava episodi di clientelismo nella distribuzione a Gaza dei fondi stanziati per la lotta al Covid-19.

I progetti israeliani hanno spinto i palestinesi a superare divisioni antiche e fratricide fra i laici di al-Fatah e Hamas, il movimento vicino ai fratelli Musulmani sostenuto dalla Turchia.  L’inedita alleanza ha prodotto a Ramallah una conferenza stampa alla quale hanno partecipato Jibril Rajoub, già responsabile delle Forze di Sicurezza preventiva dell’Autorità Nazionale Palestinese  e da Beirut, con un collegamento su internet, il numero due di Hamas Saleh al-Arouri. All’iniziativa ha partecipato anche Ayman Odeh, segretario della Lista Araba Unita, il cartello dei gruppi che rappresentano alla Knesset gli arabi che hanno la cittadinanza dello stato ebraico. La Lista è il terzo gruppo dell’assemblea parlamentare. Rajoub, che potrebbe essere il successore di Abu Mazen, ha invitato i suoi connazionali a una “resistenza popolare pacifica”. Per il momento. Perché, ha annunciato, “se procederanno con l’annessione, le nostre tattiche e i nostri metodi cambieranno e saranno prese decisioni, ma solo dopo aver condotto il dialogo con tutte le fazioni palestinesi, anche quelle che non fanno parte dell’Olp come Hamas”.

I territori palestinesi furono occupati al termine del conflitto del 1967, la “guerra dei 6 giorni”. Negli anni Israele ha costruito insediamenti nei quali ora abitano circa 600 mila coloni. Secondo “Palestine Monitor” 450 mila sono insediati in 132 colonie e in 124 piccoli avamposti. Altri 215 mila abitano a Gerusalemme est, la parte orientale della Città Santa che i palestinesi rivendicano come loro capitale. Il governo fornisce agli insediamenti tutti i servizi essenziali, dalla corrente elettrica a vie di comunicazione autonome. Il piano di Trump, il presidente statunitense che per la prima volta ha riconosciuto Gerusalemme come capitale dello stato ebraico, assegnerebbe alle colonie anche fasce di sicurezza aggiuntive. Sarebbe la morte definitiva della soluzione “Due popoli, due stati”, perseguita dall’Unione Europea, dall’Onu, dalla Russia e dagli stessi Stati Uniti prima dell’era Trump, il “quartetto” dal quale ora si è dissociata Washington. Trump compenserebbe la perdita di territorio con un pacchetto di aiuti che vale 50 miliardi di dollari in dieci anni. L’offerta è già stata respinta da Abu Mazen.

Netanyahu è deciso a non perdere la finestra di opportunità prima delle elezioni americane di novembre. Anche se la Corte Suprema il 10 giugno gli ha dato torto e ha annullato la sua legge del 2017 che mirava a legalizzare tutti gli insediamenti in Cisgiordania “perché viola i diritti di proprietà e di uguaglianza dei palestinesi”. La norma regolava tre categorie di colonie costruite su terra privata palestinese: “quelle erette in buona fede, quelle che hanno il sostegno del governo israeliano e quelle i cui proprietari hanno ricevuto compensazioni finanziarie pari al 125 per cento del loro valore”. Gantz ha promesso che avrebbe rispettato il verdetto.

I vertici dell’intelligence e delle Forze israeliane di Difesa sono contrari. Secondo il settimanale ”L’Espresso” l’Associazione “Comandanti per la sicurezza di Israele”, alla quale sono iscritti ex generali ed ex uomini di punta dei servizi segreti e della polizia, calcola che annettere l’area C e trasformare circa 300 mila palestinesi in residenti permanenti costerebbe 14 miliardi e mezzo di dollari all’anno. Se poi non venisse costruita una nuova barriera di separazione, potrebbero circolare liberamente in tutta l’area C fino al cuore del Paese. In passato Israele aveva già inglobato altri territori occupati. Nel 1980 il governo conservatore di Menahem Begin ha proclamato l’annessione di Gerusalemme est e l’anno dopo quella delle alture del Golan siriano.

Sullo sfondo continua ad agitarsi lo spettro dei tre processi che pendono sulla testa del premier israeliano. Netanyahu ha ottenuto che slittino al gennaio del 2021. Rivka Friedman-Feldman, giudice del tribunale distrettuale di Gerusalemme, ha accolto le richieste  formulate dai difensori del primo ministro. Da allora si procederà con tre udienze a settimana. Il primo dossier che verrà esaminato, contraddistinto dal numero 4000,  sarà quello sui rapporti fra Netanyahu e il magnate delle telecomunicazioni Shaul Elovitch, titolare della compagnia telefonica Bezeq e del sito di informazioni “Walla”.