Il veleno di un pericoloso ragno australiano potrebbe essere la chiave per proteggere il cervello dalle conseguenze di un ictus ischemico. È quanto emerge da uno studio pubblicato sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences, secondo cui una particolare proteina proveniente da Hadronyche infensa, un cosiddetto ragno dei cunicoli, è in grado di evitare la morte cellulare dei neuroni. Anche se per ora la sua efficacia è stata dimostrata solo nei topi

TRAUMI POST-ICTUS
Ogni anno circa 5 milioni di persone riportano danni cerebrali dopo essere sopravvissute a un colpo apoplettico. In sintesi, negli ictus ischemici la fornitura di sangue e ossigeno al cervello viene interrotta, generando una serie di risposte che possono causare lesioni irreversibili a livello cellulare.

IL SEGRETO È NEL VELENO
Hadronyche infensa è una specie australiana riconducibile ai ragni dei cunicoli (in inglese Australian funnelweb spider), una sottofamiglia di aracnidi molto aggressivi e velenosi, il cui morso può essere fatale per l'uomo. Mentre studiavano il DNA del ragno, i ricercatori hanno scoperto accidentalmente la proteina Hi1a, che viene secreta attraverso il veleno dell'animale. Una molecola molto simile era stata già isolata in passato nelle tarantole e aveva evidenziato moderati effetti benefici sul cervello dei ratti.

I TEST SUGLI ANIMALI
Le analogie hanno spinto gli scienziati di due università australiane a eseguire dei test su un gruppo di topi. È così emersa la capacità della proteina Hi1a di ridurre il danno cerebrale dell'80%, se somministrata a due ore dall'ictus. A 8 ore di distanza dall'apoplessia, in un fase che a detta degli autori è "considerata generalmente refrattaria all'intervento terapeutico", la somministrazione di una singola dose ha invece limitato le lesioni del 65%.

IL PROSSIMO PASSO
Sul Guardian, il coautore della ricerca Glenn King, ha sottolineato che il trattamento ha riportato le funzioni motorie e neurologiche dei topi quasi alla normalità. Al momento, questo importante risultato non offre alcuna garanzia per l'uomo, ma il team confida di avviare dei test clinici su pazienti colpiti da ictus ischemici entro due anni.