La storia dei tatuaggi di Angelina Jolie (20) coincide con la sua storia personale

Firenze, 3 giugno 2018 - Italiani, popolo di tatuati: il 12,8% della popolazione, secondo un’indagine dell’Istituto Superiore di Sanità. Ma quando il tattoo se ne sta sotto la pelle per anni, cosa succede? Ne parliamo Paolo Bonan, medico chirurgo specializzato in Dermatologia e Venereologia, esperto delle laserterapie anche nei trattamenti per l’eliminazione dei tatuaggi. «Comunemente si è pensato che gli inchiostri fossero inerti, del tutto innocui, ma da qualche anno le ricerche iniziano a gettare una luce diversa su questo argomento», assicura i dottor Bonan, responsabile della Dermatologia e della Dermo-Chirurgia Laser di Villa Donatello a Firenze. «Interessante in merito, è lo studio pubblicato su Medicine and Science in Sports and Exercise, condotto dai ricercatori dell’Alma College del Michigan (Usa), che invitano comunque a ‘essere cauti nell’interpretazione dei risultati’, che dimostra come la funzione delle ghiandole sudoripare sia alterata dalla presenza del pigmento esogeno nel derma – prosegue lo specialista – . Comunque, le più comuni reazioni dermatologiche al tatuaggio sono le infezioni della pelle, dermatiti irritative e allergiche da contatto, lesioni lichenoidi e dermatiti granulomatose, principalmente granulomi da corpi estranei; l’associazione tra pseudolinfoma, inoltre, è stata riportata in letteratura».

Cosa fare se il tatuaggio dà problemi, dottor Bonan? 
«Si corre ai ripari trattando la patologia di base che si è venuta a formare e/o rimuovendo il tatuaggio stesso causa della patologia».

Perché continua a crescere il numero di pazienti che si rivolgono al medico per la rimozione dei tattoo?
«Le ragioni sono molteplici: stanchezza, cambio di partner (molto frequente), servizio nell’esercito, polizia o carabinieri, dove non è tollerata la presenza di tatuaggi o ragioni mediche».

Quali sono i laser utilizzati per la rimozione?
«Tutti i laser che emettono impulsi nella lunghezza d’onda dei nanosecondi o picosecondi».

Come avviene il trattamento, quali sono le variabili che influiscono sul risultato?
«Il trattamento viene effettuato attraverso l’effetto ‘acustico’ che il Laser Q-Switched determina sul tatuaggio per rompere le molecole di inchiostro. Si realizza immediatamente un effetto chiamato ‘popcorn’ per la somiglianza del colore biancastro che dura pochi secondi per lasciare un colorito rossastro lungo tutto il decorso della zona trattata. Le variabili sono: l’età del tatuaggio (quelli più datati rispondono meglio); il tipo (professionale o amatoriale); se i pazienti sono o fumatori o non fumatori; il tipo di colore utilizzato; eventuali reazioni chimiche che possono nascondere il colore, infine l’intervallo fra le sedute».

La rimozione è una soluzione più dolorosa o più costosa? 
«Relativamente costosa e tollerabile: la spesa dipende dalla grandezza del soggetto e dalle variabili elencate; sul fronte del dolore, questo può essere tranquillamente gestito attraverso un raffreddamento ad aria specifico durante il trattamento».

Non solo per cancellare il nome di un ex o un brutto ricordo: è vero che una buona dose di pazienti oggi chiedono di eliminare un tatuaggio per potersene fare uno nuovo al suo posto?
«Capita. Spesso i pazienti non rinunciano al tatuaggio in assoluto, ma vogliono trasformare il tattoo solo per variare ‘ornamento’ o anche (molto spesso) per aver cambiato partner, le cui iniziali erano state tatuate in segno di amore eterno».

Una curiosità: il soggetto più ’particolare’ che le è capitato di rimuovere?
«Quello di un’irreprensibile signora di circa 80 anni, dall’eleganza raffinata italiana e dal perfetto comportamento anglosassone, che presentava sul collo un grande cuore con la scritta ‘il sesso è la mia vita’. Il tatuaggio era stato fatto l’anno precedente e lei non voleva cancellarlo, ma solo aggiungere le iniziali del partner del momento».

Non solo moda: i tatuaggi possono essere un importante completamente dopo un intervento chirurgico, la chiusura di un doloroso percorso di malattia. In Italia una donna su 10 incontra il tumore alla mammella nel corso della vita, per un totale che supera i 47.000 casi ogni anno. Spesso chi ha subito interventi demolitivi al seno con l’asportazione del complesso areola-capezzolo per un tumore, per un trauma o per un problema congenito, denuncia forti disagi psicologici. 

«Ricostruire l’areola mammaria con il tatuaggio è possibile ed è un metodo più semplice e con migliori risultati estetici rispetto all’innesto della cute dell’areola controlaterale o all’obsoleto innesto della cute vulvare – spiega Diletta Vitali, ( medico specialista in chirurgia plastica ed estetica che opera a Firenze – . La metodica del tatuaggio è semplice e rapida (1-2 sedute di non più di un’ora ciascuna), si può scegliere un pigmento molto molto simile al l’areola sana, ricreandone anche le sfumature tipiche». Il tatuaggio è anche molto efficace nel camuffare le cicatrici periareolari di una nipple-sparing mastectomy (la mastectomia che risparmia sia la cute che l’areola della mammella malata) o di qualsiasi altra cicatrice, sia a livello mammario sia in qualsiasi altra regione del corpo: «Può camuffare cicatrici chirurgiche che traumatiche o post ustione – conclude la dottoressa Vitali – . L’unico svantaggio del tatuaggio color cute è che, a differenza della cute vera, non subisce variazioni di colore con l’abbronzatura».