(Foto: Martin Dimitrov/iStock)
In passato numerose indagini hanno dimostrato che lunghi periodi di isolamento possono indurre un'elevata gamma di disturbi nella salute delle persone, tra cui la depressione. Ora, un team del Caltech (California Institute of Technology) sembra avere isolato per la prima volta quella che potrebbe essere definita la "molecola della solitudine": si tratta di un neuropeptide prodotto dal cervello, la cui identificazione potrebbe portare anche allo sviluppo di un appropriato "antidoto".

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Per studiare nel dettaglio gli effetti della solitudine sull'organismo, la squadra guidata dal professor David Anderson ha utilizzato un gruppo topi, animali con un'indole se possibile ancora più sociale degli esseri umani. Ogni roditore del gruppo campione è stato tenuto in isolamento per un periodo di due settimane, durante il quale l'aumento di aggressività e di risposte negative agli stimoli è stato analizzato dal punto di vista biochimico, andando a caccia di una qualche sostanza che giustificasse il cambio di comportamento.

LA MOLECOLA DELLA SOLITUDINE
Anderson e colleghi si sono così resi conto che la solitudine forzata determina un'iperproduzione di un neuropeptide chiamato Tac2/NkB, ritenuto colpevole dell'aggressività e dello stato di stress dei topi, condizioni che nei casi più gravi persistono anche una volta che l'animale viene reinserito tra i propri simili. Le osservazioni metterebbero in evidenza che l a molecola viene prodotta un po' ovunque nel cervello, andando a disturbare i comportamenti di cui ciascuna regione cerebrale è responsabile.

LA PROVA DEL NOVE
Per certificare quanto scoperto gli scienziati hanno stimolato la produzione di Tac2/NkB nei topi che vivevano in comunità, riscontrando effetti negativi del tutto comparabili con quelli dei topi costretti a rimanere soli. Cosa ancora più importante, hanno anche trattato gli animali in isolamento con un farmaco chiamato Osanetant (SR-142,801), che contrasta l'azione di Tac2/NkB, riducendo tra le altre cose l'aggressività. Ovviamente, l'Osanetan, che un tempo era usato nel trattamento della schizofrenia, non può ancora essere definito un farmaco "anti-solitudine", ma l'esperimento, sottolinea Anderson, dimostra che conoscendo le basi neurologiche si possono contrastare gli effetti negativi dell'esclusione sociale.

HA SENSO UN FARMACO ANTI-SOLITUDINE?
La progettazione di una pillola da comprare in farmacia rimane un'ipotesi ancora remota ed è subordinata a futuri approfondimenti sull'argomento, che coinvolgano possibilmente degli esseri umani. Un rimedio anti-solitudine andrebbe inoltre ad agire sui sintomi, senza andare alla radice del problema, che avendo origini sociali, non può essere affrontato solo dal punto di vista clinico.

Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Cell.