Lo staff dell'Osteria Francescana, al centro Massimo Bottura
Lo staff dell'Osteria Francescana, al centro Massimo Bottura

Roma, 14 giugno 2016 - I rivali avrebbero dovuto intuire qualcosa dal titolo dell'ultimo libro di Massimo Bottura, "Never trust a skinny italian chef", ovvero, mai fidarsi di un cuoco magro italiano. Mai fidarsi di Bottura, perché il grande timoniere dell'Osteria Francescana di Modena è capace di qualsiasi impresa, perfino quella di conquistare il primo posto assoluto nella ristorazione mondiale.  Il verdetto del "World's 50 best restaurants", proclamato la notte scorsa a New York, è di quelli che non si discutono, per l'autorevolezza dei premio e dei premiati. Non c'è al mondo una medaglia più preziosa di questa, istituita nel 2002 dalla rivista inglese 'Restaurant'. L'Osteria Francescana di Modena è, per la prima volta, il miglior ristorante del mondo.

È un trionfo meraviglioso per lo chef più apprezzato e famoso che l'Italia abbia mai avuto, il più sovversivo dei cuochi tradizionalisti, il più efficace ambasciatore internazionale del made in Italy, geniale espressione di una cucina nazionale che fino a pochi anni fa era sistematicamente relegata nel cono d'ombra delle classifiche mondiali. Terzo nel 2014, secondo l'anno scorso, primo quest'anno. Una scalata costante che consacra una compatta squadra vincente e una carriera personale fatta di passione, impegno, momenti duri e infiniti riconoscimenti di prestigio. Bottura ha 53 anni, due figli e una moglie americana. Sfidò le ire del padre petroliere per seguire la vocazione di cuoco. L'Osteria Francescana aprì nel 1995,  prima stella Michelin nel 2002, tre stelle dal 2012. Fino all'incredibile notte di New York. Telefonate e sms da tutto il mondo, elogi e complimenti anche dai colleghi più celebri. Bottura li merita tutti, anche per la generosità che ha spesso dimostrato, con riservatezza e discrezione. Un esempio: le iniziative di solidarietà dopo il terribile terremoto del 2012 in Emilia.

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Dalla grande notte di New York esce una splendida verità che premia, oltre allo chef modenese, la costante crescita della migliore ristorazione nostrana. Gli italiani in classifica passano da tre a quattro. Guadagna dieci posizioni il bravissimo Enrico Crippa: il suo Piazza Duomo di Alba passa al diciassettesimo posto assoluto. Si conferma su altissimi livelli Massimiliano Alajmo (Le Calandre di Rubano, Padova) che occupa il gradino numero 39. L'anno scorso era circa lì, trentaquattresimo. La new entry nei primi cinquanta è la vera sorpresa:  il Combal Zero di Rivoli si piazza al posto 46. Nel 2015 era fuori dall'elenco dei grandissimi: sessantacinquesimo. È una enorme rivincita per uno dei cuochi più innovativi e discussi del panorama nazionale, Davide Scabin, recentemente degradato tra infinite polemiche dalla guida Michelin. Un quinto italiano, Niko Romito del Reale di Castel di Sangro, fa capolino per la prima volta nella graduatoria dei cento, alla casella 84: ottima notizia per un cuoco tra i più originali e interessanti degli ultimi anni. In Italia si festeggia, altrove molto meno. Il Celler de Can Roca, Spagna, vincitore nel 2015 e nel 2013, si consola con un sontuoso secondo posto, davanti all'Eleven Madison Park di New York. Un altro abituale frequentatore del podio, il Noma di Copenaghen, scivola al quinto. La Francia continua a incassare delusioni. Il primo ristorante transalpino, il Mirazur di Mentone, lo si incontra in sesta posizione. È perfino un notevole passo avanti, perché nei primi dieci dello scorso anno la Francia non c'era nemmeno. Ducasse e Bocuse restano dei miti, ma la Grandeur ê un ricordo.