CARO FINI, parlando, in una sua lettera, di Ruud Van Nistelrooy e di altri giocatori olandesi ho avuto l’impressione che se si arrivasse (come spero) a una semifinale Olanda - Italia lei terrebbe agli olandesi e non ai nostri. Se così è di che si tratta, di una sorta di snobismo antinazionale?
Carlo Avati, Bologna

{{IMG_SX}}CERTAMENTE non mi piacciono l’enfasi, la retorica, la mancanza di senso delle proporzioni che circondano la squadra italiana, di oggi e di ieri, per cui sembra che, dopo averlo perso per tutto il resto noi riusciamo a trovare un po’ di orgoglio nazionale, peraltro malriposto, solo nel calcio.

 

Tifo Olanda per una questione culturale e generazionale che va oltre il calcio. L’Olanda dei Neeskens, dei Crujff, dei Krol, dei Surbier, dei Rep, degli Hann, dei Risbergen (uno stopper che sembrava un cavaliere medioevale uscito paro paro dal Settimo Sigillo di Bergmna, armatura compresa, bastava toccarlo per farsi male), del «portiere pazzo» Janghloed, l’Olanda insomma del ‘calcio totale’ (che non ha niente a che vedere coll’ossessivo andare su e giù degli esterni), esprimeva la cultura hippy, libertaria, non sessuofobica degli anni ’60 (perché fu allora che si formò quella mentalità, anche se le partite decisive si giocarono nei ’70).

 

E quindi niente ritiri, fidanzate al seguito, allegria in campo e fuori, individualismo e lo star bene in gruppo ben coniugati. Per la verità, fuori dal calcio, non fu un fenomeno solo olandese. Noi ragazzi andavamo ad Amsterdam, certo, ma anche nella ‘swinging London’ di Mary Quant, della minigonna, dei Beatles, di ‘Jesus Christ Superstar’ e a Ibiza dove, sotto Franco, si potevano fumare spinelli o essere omosessuali senza che la polizia dicesse bà

E si poteva andare in giro per l’Europa anche senza la ragazza senza per questo sentirsi dei paria, che era l’ossessione di noi ragazzi italiani (e infatti, nello stesso periodo, Celentano cantava: «L’importante per noi è avere una ragazza di sera...»).