UN CODICE ETICO PER LO STORICO

 

TRADUZIONE
 

Tale dunque secondo me lo storico. Egli deve essere impavido, incorruttibile, libero, amico della franchezza e della verità; uno che – come dice il comico – è deciso a chiamare “fico il fico e barca la barca”, uno che non concede né risparmia per odio o per amicizia, uno che non prova pietà o vergogna o ritegno; un giudice equo, ben disposto verso tutti ma senza concedere all’una o all’altra parte più del dovuto, straniero nei suoi libri e senza patria, indipendente, senza padrone, uno che non sta a calcolare cosa penserà quello, ma che dice cosa è accaduto.


Tucidide ha fissato molto bene questa norma e ha distinto la virtù e il vizio storiografico, vedendo immensamente ammirato Erodoto al punto che i suoi libri avevano i nomi delle Muse. Dice infatti di scrivere la storia come un possesso per sempre piuttosto che un pezzo di bravura per il presente, e di non indulgere al sensazionale ma voler tramandare ai posteri la verità dei fatti. E introduce la nozione di utile e quel fine che qualunque persona assennata presupporrebbe per la ricerca storica: se mai si ripresentassero situazioni analoghe, saper affrontare il presente – dice – guardando ai fatti che sono stati già descritti.

 

COMMENTO

Il lungo brano è tratto da 'Come si deve scrivere la storia', un saggio di Luciano (II sec. d. C.) in forma di lettera indirizzata a un certo Filone. Piuttosto agevole dal punto di vista della resa lessicale, esso presenta alcune asperità sintattiche: a cominciare dalla prima riga, dove indubbie perplessità suscita il testo adottato dal Ministero con punto fermo dopo suggrapheus (seguito da Esto come verbo della frase successiva, secondo l’edizione critica oxoniense di M. D. Macleod), che presuppone un esti (“è”) sottinteso, mentre la maggior parte degli editori – più felicemente – adotta un’altra soluzione: la virgola, anziché il punto, e il verbo principale esto restituito alla prima frase. L’oscillazione della punteggiatura non incide sul senso generale della frase, ma sulla sintassi, disorientando lo studente. Altro punto cruciale: incongrua appare, sempre nel testo proposto ai maturandi, l’espressione tode doxei (“cosa penserà quello”, sempre sulla scia dell’edizione di Macleod), dove sarebbe stato ben più saggio scegliere il tode e tode doxei preferito dagli altri editori (“cosa penserà questo o quello”); per finire con l’ultimo periodo, dove l’improvvisa proposizione ipotetica può creare qualche problema. Se quest’ultima difficoltà appartiene a Luciano, le altre – addebitabili a scelte editoriali discutibili – potevano essere facilmente evitate dal Ministero. In numerosi Licei è toccato agli insegnanti rimediare.


Non si può certo sottacere l’apprezzamento per la scelta di un passo caratterizzato da un preciso e positivo messaggio: la valorizzazione del rigore dell’indagine storica, del rispetto della verità dei fatti, dell’indipendenza dello scrittore; tutti elementi che cospirano a fare dell’opera storiografica una conquista non effimera ma perenne (ktema es aei), secondo il ben noto ideale di Tucidide, il modello che sta alla base di questa riflessione lucianea.
Tanto più encomiabile la proposta di questo passo in un momento in cui più che alla ragione e ai documenti si accede e si cede all’irrazionale e al fantastico; e in cui con una certa disinvoltura revisionistica si vorrebbero riscrivere i libri di storia.


Concediamoci questa boccata di ottimismo e di virtù illuministica, anche se sappiamo bene che la storia solitamente la scrivono i vincitori i quali selezionano non solo le idee ma anche i fatti da tramandare.

 

Prof. Ivano Dionigi
Direttore del Centro Studi “La permanenza del Classico”
Università degli Studi di Bologna