{{IMG_SX}}La storia insegna che l'Italia all'arrabbiata vince, mentre quella che si culla sugli allori va a fondo. L'impresa di Spagna '82, il Mundial per eccellenza, arrivò dopo le ombre inquietanti del calcioscommesse, il silenzio stampa, le parole al curaro degli inviati per l'esangue truppa di Bearzot che aveva balbettato calcio con Polonia, Perù e Camerun. Chiusi nel bunker azzurro, con Zoff come unico portavoce, i futuri campioni macinarono rabbie e rivalse, fino a prendersi la più clamorosa delle rivincite: il titolo mondiale. Bene, quegli stessi campioni non riuscirono nemmeno a qualificarsi per la fase finale dell'Europeo '84 e rimediarono una magrissima figura a Messico '86, quando anche la pipa di Bearzot perse la sua magia.
Al Mondiale americano del '94 l'Italia di Sacchi camminò sul filo del rasoio, si qualificò per differenza reti alla seconda fase, passò per la cruna dell'ago del match con la Nigeria. Ma fra mille traversie, e grazie ai colpi di genio di Baggio, approdò alla finalissima con il Brasile. Se i nostri tiratori dal dischetto non avessero fallito, ora i pentacampeones saremmo noi e non i nipotini di Pelè. Da vicecampine del mondo, l'Italia di Sacchi finì suicida il suo cammino agli Europei del '96. Il Ct del calcio intenso si sentiva padrone del campo dopo il successo per 2-1 sulla Russia con doppietta di Casiraghi. E così decise di cambiare radicalmente la formazione per far respirare i titolari. Ma ''Italia 2'' crollò inesorabilmente sotto i colpi della Repubblica ceka, finendo fuori dall'Europeo.
Storia rovesciata al mondiale di Germania del 2006, con gli azzurri reduci dalla melma di Calciopoli, lo stesso Lippi coinvolto nello scandalo, la Federcalcio commissariata, il pallone coperto di fango. In quel clima assurdo, di guerra fredda, di sussurri e grida, di veleni sotto pelle il gruppo azzurro si cementò, trovò forza, ispirazione, voglia di stupire. E così finì per mettersi il mondo sotto i piedi.
A questi Europei Donadoni è arrivato forte di una buona qualificazione, di una squadra capace di stupire per continuità di gioco e di risultati, un'Italia che non ha fallito neppure in amichevole. Con i favori del pronostico e il titolo mondiale sulle spalle, anche un girone di qualificazione durissimo è diventato un tappeto rosso steso sotto i piedi dei ragazzi di Donadoni. Ci voleva lo choc del 3-0 con l'Olanda per riportarci con i piedi per terra, per farci capire che in una manifestazione del genere nulla è scontato. Non ci sono piedistalli, nè valori acquisiti. Chi vuole correre lontano può farlo solo a prezzo di sangue, sudore e concentrazione al massimo livello. Più degli errori di Donadoni, più del logorio fisico di molti uomini, più della strategia e della classe, ha pesato, nel tracollo dell'esordio, l'atteggiamento mentale. L'Italia si è sentita addosso il diritto divino di vincere, di passare il turno, di correre verso un'altra finale. E il sogno si è infranto contro la furia degli olandesi che non ci battevamo da trent'anni. Se adesso Toni si arrabbia nel faccia a faccia con i giornalisti, se Donadoni sbotta al paragone con Lippi, se Casa Italia si incendia, aspettiamoci una reazione all'italiana, cioè vincente. Chissà che il nostro Europeo non ricominci davvero.