tratto da Dagospia

Gian Antonio Stella per il “Corriere della Sera”


Livorno, come tutti i porti italiani, prende legnate dagli scali stranieri? Il commissario all'Autorità portuale, ammaccato, ha deciso di fare dei massaggi. Anzi, già che c'era, si è tirato dietro i familiari, gli amici e i sodali: 46 mila euro in tre anni. A carico delle pubbliche casse. Come i mobili, gli orologi di lusso, i quadri d'autore, i vestiti dei nipotini.
Tutte «spese di rappresentanza». Per un totale, stando alla richiesta di risarcimento danni del nuovo presidente, di due milioni e settecentomila euro.

 


Il protagonista della storia si chiama Bruno Lenzi, ha settantadue anni, è figlio di un fornaio del Pontino, uno dei quartieri più popolari, ed è un livornese livornesissimo tranne che per un dettaglio non secondario. Se la città è rossa, lui è nero. Al punto di essere stato al centro, fra il 2003 e il 2005, di un durissimo braccio di ferro tra l'allora ministro delle Infrastrutture Pietro Lunardi, tirato per la giacchetta dal collega livornese Altero Matteoli, primo sponsor del «nostro », e tutti gli enti locali, dal sindaco al presidente della provincia fino al governatore regionale.

 

Decisissimi i primi a imporre Lenzi per marcare una svolta nella gestione del porto da sempre in mano alla sinistra, decisissimi i secondi a non mollare di un millimetro su un principio: la legge, confermata da una sentenza della Corte Costituzionale, dice che la nomina alle autorità portuali va fatta sì dal governo ma d'intesa con gli enti locali.

 

Valeva la pena di insistere cocciutamente su un uomo così, a costo di sfidare il verdetto della Consulta che, prima ancora della nomina a presidente poi evaporata, aveva bocciato l'investitura di Bruno Lenzi come commissario del porto? È quello che i livornesi si chiedevano ieri mattina, leggendo sbigottiti Il Tirreno.

 

Dove sotto il titolo «Shopping milionario con i soldi pubblici», si raccontavano gli ultimi sviluppi dell'inchiesta che la Procura ha aperto per peculato sull'ormai ex «uomo forte» della destra portuale e sui suoi principali collaboratori alla guida della «Porto 2000», la società che gestisce il movimento passeggeri ed è partecipata dall'«Autorità » e dalla Camera di Commercio.



Una cronaca da lasciare di sasso. Tanto più nella situazione in cui versa lo scalo toscano, che negli ultimi dieci anni, secondo il centro studi del Porto di Amburgo che monitorizza quel traffico di container che oggi copre il 95% del commercio estero, ha avuto un aumento appena superiore al 20%. Una crescita modestissima rispetto non solo a Shanghai, che ha moltiplicato di otto e mezzo la sua presenza sulla scena, ma a Rotterdam e Algeciras (che hanno quasi raddoppiato) o a Barcellona, che nel 1998 movimentava il doppio di Livorno, adesso quasi il quadruplo.

 

 

Bene: in questo contesto, scrive il quotidiano livornese, «La Guardia di Finanza ha spulciato nei conti della "Porto 2000" e ha trovato 5 milioni di fatture relative a prestazioni inesistenti o estranee all'oggetto sociale, che in parte servivano a mascherare acquisti di carattere personale». Un elenco sbalorditivo: coi soldi pubblici, scrive il cronista, «sono stati comprati quadri, vestitini per bambini, abiti per signore, salotti componibili e letti, costosi orologi svizzeri, gioielli, giocattoli, profumi, borse griffate; sono state onorate le rate di finanziamenti personali di Lenzi; pagate mediazioni per l'acquisto di case, tende da sole, pavimenti».

 

La scoperta più clamorosa è quella di quadri e sculture. Appassionatissimo di arte («Pur vedendo che sono opere piacevoli, i falsi d'autore non mi interessano: preferisco un dipinto originale», spiegò in una incauta intervista dell'epoca), Bruno Lenzi aveva messo insieme una collezione così ricca da spingere i finanzieri a scrivere nel loro rapporto che «la società si configura come una vera e propria casa d'arte». Con 350 quadri più una quindicina di sculture e opere varie contemporanee.

 

Roba buona, buonissima: quattordici opere di Mario Schifano, sei di Carlo Mattioli, quattro di Arman, una di Pietro Dorazio, due di Emilio Scanavino, una di Giulio Turcato, una di Mauro Reggiani, due di Tano Festa, nove di Mark Kostabi. Più 139 dipinti del pittore senese-livornese Mario Madiai. Come mai tutto questo ben-di-dio? Risposta del commissario: «Ci occupiamo di turismo, no? La società deve presentarsi bene».



Cosa c'entrasse la carta igienica, con questa «mission», non si sa. Certo è che le Fiamme Gialle hanno scoperto qualcosa di anomalo anche su quel fronte. Tanto da imputare a un fornitore, Giorgio Parlagreco, «una sovrafatturazione di 600mila euro di rotoli di carta igienica e confezioni di sapone liquido». Interrogato, l'uomo avrebbe detto che «parte degli importi gonfiati (dal 50 al 70%) pagati dalla società venivano girati sotto banco ai suoi ex amministratori e ha chiamato in causa sei persone».

 

Non meno divertenti sono le ricostruzioni dei complessi giri di denaro che avrebbero portato all'acquisto di un Patek Philippe Oro Rosa (un orologio che su ebay.it è in vendita a 44.500 euro) e di un cronografo Frank Muller da 14mila. Per non dire di altre spesucce, come «un divano modello Sciarada, un tavolo Arman (10.950), una lampada da terra (1.650), una fioriera laccata (8.350 euro »), e persino «un letto modello Softland, della Lema, costato 1.353 euro ». Tutte «perle» di una serie di arredi per un totale di 350 mila euro che, secondo la Finanza, sarebbero in parte spariti: «Numerosi beni acquistati non sono fra quelli presenti nei locali aziendali».

 

Nulla, però, eguaglia la scoperta dello shopping che «Bruno Lenzi, suo figlio e sua nuora», oltre a un certo numero di dipendenti di «Porto 2000», avrebbero fatto a carico della società in un negozio di abbigliamento per bambini. Comperando quattro capi in pelle per 2.600 euro, due completini da 1.643, tre da 1.900, due piumini da 500, vestitini vari della collezione primavera-estate 2004 (totale: 3.650 euro) e così via. Per un totale di 27 mila euro. «Spese di rappresentanza ».


Ammettetelo: in-dis-pen-sa-bi-li. Se il pupo non è elegante che figura ci farà mai il porto?