{{IMG_SX}}SE PASSATE da via Caetani, date un’occhiata alla lapide che ricorda Aldo Moro. Una grande targa proprio dove le Br parcheggiarono la Renault rossa con il cadavere dello statista ancora caldo di mitra. Bene, leggerete di tutto. Quando è nato Moro. Dove è nato Moro. Qual era il progetto politico di Moro. Tutto, meno chi lo ha ucciso. «Il suo sacrificio freddamente voluto con sovrumana ferocia da chi tentava inutilmente di impedire l’attuazione di un programma coraggioso e lungimirante....». Ma chi tentava? La mafia? I servizi segreti? Il Kgb? I fascisti? Chissà? Eppure noi lo sappiamo, e lo sapevano anche nel maggio del ’79 quando la lapide fu scritta e cementata sulla parete del palazzo di via Caetani. A uccidere Aldo Moro sono state le Brigate Rosse, frutto di una ideologia ben precisa, animate da un progetto rivoluzionario altrettanto preciso. Bene. Trent’anni dopo, chi passa da via Caetani e non sa o non ricorda, non saprà mai chi è stato l’autore di quel delitto e di quello altrettanto efferato consumato il 16 marzo del 1978 in via Fani, quando Moro fu rapito e cinque uomini della sua scorta furono trucidati. Del resto, ci sono voluti appunto 30 anni perché quel 9 maggio diventasse la data simbolo di tutte le vittime del terrorismo, rosso o nero che sia.

 

TANTA STRADA. E tanta dovrà ancora essere fatta, se quella lapide è ancora così, se alcune forze politiche rappresentate nelle istituzioni di Bologna hanno a lungo contrastato un paio d’anni fa il fatto che sulla targa che ricorda Marco Biagi fossero indicati i suoi assassini: le Brigate Rosse. Quella chiarezza, ad esempio, che a poche centinaia di metri, alla stazione ferroviaria, Bologna ha sempre dimostrato su mandanti ed esecutori della strage del 2 agosto: i fascisti. Tanta strada, per cancellare le ambiguità e le incrostazioni dell’ideologia comunista da cui le Br trassero linfa vitale, come altre organizzazioni la derivarono da quella fascista. Tanta strada per dare il rispetto che meritano alle vittime e ai loro familiari. Il rispetto invocato anche ieri dal presidente Napolitano, che non ha usato mezzi termini per condannare gli ideologismi, anche quelli che hanno nutrito idealmente la sua vita politica. Perché è vero, come ha detto il Presidente, che lo Stato ha fatto il suo dovere (anche troppo, aggiungiamo noi) perdonando, scontando, agevolando il reinserimento delle mele marce di quella generazione. Ma è altrettanto certo che da parte loro é mancato il riconoscimento «della natura ingiustificabile e criminale dell’attacco terroristico allo Stato e ai suoi servitori». Insomma, la prima giornata della memoria è stata il primo passo. Ma il cammino per ridare alla verità tutti i suoi contorni è ancora lungo. L’importante, dunque, è che questo passo non sia l’ultimo.