VENTIQUATTRO anni di segregazione, una vita in uno scantinato. Elisabeth ha conosciuto in tutto e per tutto la realtà dell’inferno; in quel buio ha anche dovuto subire gli incesti col padre, suo tiranno e carnefice, che oltre a cibarsi del suo corpo, si cibava della sua anima e sentimenti.

Definirlo mostro è forse poco; è piuttosto un demone, viste le sue capacità di falsario, dal momento che per anni ha saputo tenere, tutto, nascosto sotto il pavimento di casa, raccontando alla moglie, al prossimo e, perfino alla polizia, una storia inventata: che la figlia avesse aderito a una setta e abitasse lontano. Il signor Josep Fritzl doveva essere molto convincente.

L’espressione del suo volto, autorevole e impassibile, è infatti quella di chi non conosce titubanze e timori. Quasi un uomo venuto da un altro mondo; un mondo a noi parallelo, dove violenza e orrore sono all’ordine del giorno, ma che non sempre vediamo. O perché non vogliamo vederlo, o perché ci incute paura. Così come ci incute paura pensare ai giorni e agli anni di Elisabeth e dei tre figli, che il padre-genitore aveva lasciato con lei nel sottosuolo. Giornate senza luce, quindi senza albe né tramonti, avvolte in un buio perenne; un buio freddo, umido, fatto di sospiri e di sguardi muti. Sorridere non era concesso.

 

Ogni idea e anelito di libertà morivano sul nascere. Si doveva soltanto pensare a sopravvivere, respirando aria insalubre e umida; con angoscia e disperazione veniva la claustrofobia, con la sensazione che viscere e testa stessero per scoppiare. Alla prigionia del corpo, si aggiungeva quella dello spirito.

RASSEGNATA ad arginare un dolore incontenibile, Elisabeth non doveva nemmeno più provare la gamma dei sentimenti; insieme all’amore era andata via la fiducia verso il prossimo. L’unica sua speranza era forse quella di poter sognare mentre dormiva; ma sogni che non gli riproponessero il padre e le sevizie a cui la sottoponeva. Intanto continuava a vivere in un martirio senza fine condiviso coi figli segregati come lei, ai quali non sapeva mai cosa dire.

 

Gli avrà mai raccontato una favola? Anche se avrebbe potuto farlo non ci sarebbe riuscita: i colori degli alberi e del cielo, le voci e i rumori del mondo, evocandoli, l’avrebbero indotta a piangere. Meglio risparmiare parole e lacrime. Non sarebbero servite a nulla. Ma sentiva, provandone quasi una paura diversa, che non sarebbe morta prigioniera. Una forza sconosciuta, una presenza impalpabile le stavano accanto dandole un fievole senso di riscatto e di speranza. Quanto le è bastato per non morire.