{{IMG_SX}}Torino, 17 aprile 2008 -  NEL CUORE della giungla disegnata sulle pareti dell’ingresso dorme il vecchio cane Tobia. Sesto piano di una casa popolare a Mirafiori sud, odore buono di bucato: il confine passa di lì. L’altro mondo è una stanza dai muri senza tempo. Uno si è fermato agli Aristogatti, uno è presidiato da padre Pio e Valentino Rossi. Davanti a Claudia Bottigelli torreggiano i grattacieli di New York. Marina Cometto, la sua mamma, sparpaglia fotografie sul ripiano della carrozzina.


La prima comunione, l’estate al campeggio, i fratelli. C’è stato un giorno in cui questa ragazza affondata nel pigiama stava dritta da sola sulle sue scarpette di vernice. E un giorno più lontano, il 28 aprile del 1973, in cui venne salutata per quello che sembrava: una bambina sana.

"L’abbiamo portata a casa senza sapere niente. Poi ho cominciato a fare confronti con la sorella Cristina. Non stava seduta, non gattonava. Oggi l’unica cosa di cui siamo certi è che può sentire e può vedere. Tutto il resto è un enigma. E non è nemmeno tanto importante".

Non sarà importante, ma è qualcosa di speciale. Il suo sorriso, signora. Questa camera dove si respirano amore e allegria. Suo figlio Mirko che farà il fisioterapista, Cristina l’infermiera. E suo marito Italo in cucina, a preparare la banana schiacciata...

"Nasciamo col diritto di imparare dall’esperienza, di volgere ogni evento in positivo o in negativo. Non abbiamo mai considerato la condizione di Claudia una tragedia. Una grave disabilità non è sufficiente per smettere di amare la vita. E’ il regalo di compleanno che chiedo per mia figlia: faccia sapere a chi si trova nella stessa situazione che si tratta di un impegno enorme, non di un dramma. Bisogna girare pagina ogni giorno".

Avete un sussidio di 700 euro al mese. Suo marito è operaio in pensione. Lei ha lasciato la fabbrica per Claudia e parla come un avvocato, ha la competenza di un medico e la progettualità di un manager.

"Mi sono data da fare. Quando una tac ti dice che la tua bambina ha una lesione frontale, che non farà mai nulla di volontario dal punto di vista cognitivo, che forse si poteva rimediare al danno della nascita, cominci a guardarti intorno. Ho cercato di capire tutto da sola. Con i fisioterapisti, i neurologi, i big. Ho preso contatto con Glenn Doman a Philadelphia, eravamo pronti per partire. Una logopedista mi ha avvertito: sarà una strada lunghissima, nove ore di terapia al giorno. Dovrà abbandonare il resto della sua famiglia senza la certezza di un risultato. Ho scelto la famiglia. Gli sforzi li fai solo se hanno uno scopo. E non parlo dell’aspetto economico. Ci hanno rubato il camper, i soldi per un camper nuovo non li abbiamo. Ma se uno scopo esiste i soldi si trovano. Quando Claudia aveva 6 anni l’abbiamo portata al Kinder Hospital di Zurigo. La diagnosi è stata: danno da parto. Sono stati chiari, quello che avremmo guadagnato in riabilitazione lo avremmo perso sul piano affettivo. Lì abbiamo deciso di non accanirci".

E poi?

"Claudia ha avuto un crollo attorno ai 10 anni, sono iniziate le crisi epilettiche. E quando la schiena è diventata storta è cominciata la tortura del busto. Poi due operazioni per calcoli al fegato, polipi intestinali, problemi respiratori. Si spegne poco alla volta. Ma è serena. Serena e invisibile. Per chi sta là fuori, mia figlia e quelli come lei non esistono".

E’ per questo che ha scritto questa lettera?

"Vorrei tanto che i suoi 35 anni fossero un pretesto per ricordare questi adulti dimenticati, che bevono acqua trasformata in gel perché non sanno deglutire, che un giorno saranno strappati dalla loro casa e chiusi in un istituto. Mi piacerebbe sapere che Claudia resterà in questa stanza anche quando io non ci sarò più".

Lei non pronuncia mai la parola sacrificio.

"Se mi guardo indietro, sono stata fortunata. Un figlio disabile è un’occasione per riscrivere la vita. Io la chiamo evoluzione".