{{IMG_SX}}ABOLIRE da subito il finanziamento pubblico all’editoria. Una richiesta semplice, chiara, precisa. Una battaglia che questo giornale - con reportage e denunce giornalistiche - conduce da anni, prima ancora delle meritorie inchieste televisive di Report e delle piazze di Beppe Grillo. Un impegno che chiediamo ai nuovi e vecchi deputati e senatori del sedicesimo Parlamento che martedì prossimo andrà ad insediarsi a Montecitorio e a Palazzo Madama.

 

Molte sono le priorità del Paese, ma ci sono anche priorità morali (oltrechè economiche). E questa è una priorità. Parliamo di 627 milioni di euro l’anno, più del doppio del prestito-ponte per far sopravvivere di qualche mese Alitalia: per questa si parla di aiuti di Stato vietati dalle regole comunitarie che tutelano il libero mercato e la concorrenza. E quei 627 milioni cosa sono se non aiuti di Stato che turbano il libero mercato e la concorrenza? Soldi che finiscono a quotidiani-fantasma di mini partiti, che non arrivano neppure in edicola e della cui esistenza in vita ci informano solo alcune rassegne stampa televisive o «lanci» di agenzia. Forme surrettizie, peraltro, di sovvenzionamento dei partiti, che già godono di rilevanti «rimborsi elettorali» (basta superare l’1 per cento di voti), dizione ipocrita con la quale è stato aggirato il voto popolare che abolì il finanziamento pubblico. Ancor più gravi le forme di finanziamento a giornali che solo fittiziamente figurano come organi di movimenti politici: in realtà basta la firma di due parlamentari e inventarsi una sigla politica.

 

E’ anche il caso dei giornali di Feltri (che giustamente non risparmia strali alla «casta» per i privilegi e gli sprechi) e di Ferrara. E soprattutto dei finanziamenti che vanno a sostenere cooperative che in realtà sono società editoriali a tutti gli effetti e drenano copie e pubblicità sul territorio a danno di editori che si confrontano solo con il mercato. Cioè, con i lettori. La libertà e il pluralismo dell’informazione sono il sale, indispensabile, di ogni società democratica in cui si compete con regole chiare. Non con carte truccate.