In un'intervista rilasciata a Radio Radio, il presidente del Consiglio in pectore, Silvio Berlusconi, ha affermato: "Quando si attrezza una squadra che costa tanto non si può pensare di andare a giocare in provincia con meno di ventimila spettatori. I grandi club dovrebbero avere un campionato tutto loro: con due big in campo lo stadio si riempie e l'audience tv è altissima".

Con queste parole, il presidente del Milan - carica che sarà costretto a lasciare una volta ritornato a Palazzo Chigi - ha rilanciato il progetto della Superlega che accarezza da ventidue anni, da quando salì al vertice del club rossonero. L'idea è creare un torneo europeo riservato soltanto ai club ricchi e potenti: al punto che, proprio per attuare il progetto, era nato il G-14, gruppo di pressione sull'Uefa che però, dopo l'avvento di Platini, è riuscita a mandarlo in pensione, tant'è vero che le società dello stesso G-14 si sono impegnate a partecipare ai tornei Uefa sino al 2012.

Entro quella data, la questione della Superlega dovrà essere ridiscussa. Nel frattempo, dissentiamo dalle tesi di Berlusconi, rispettabili come tutte le opinioni, ma, per il poco che vale la nostra, sicura anticamera della fine del calci. Inteso come sport e non come business. Come confronto agonistico e non di conti in banca. Come serbatoio di passione e di entusiasmo nelle piazze medie e piccole, indipendenti da faraoniche campagne acquisti che magari si rivelano un flop. Come capacità tecnica di allestire squadre competitive, magari più competitive di altre che si svenano per importare campioni che invece risultano bidoni e hanno settori giovanili che da vent'anni non sfornano talenti per la prima squadra.

La Superlega esiste già e si chiama Champions League: garantisce fama e denaro in quantità industriale a chi vi partecipa e, soprattutto, a chi la vince. Non c'è bisogno di affossare i campionati nazionali, suddividendoli fra gli eletti che alle spalle hanno una multinazionale o un multimilionario pronto a spendere e i reietti che fanno quadrare i bilanci nonostante i diritti tv in questi anni siano finiti nella misura dell'80% nelle tasche di Milan, Inter e Juve e vanno in campo per battersi sino allo stremo anche contro i più forti.

 

Oggi il Milan approva il bilancio 2007. Chiude con una perdita di circa 20 milioni di euro, ripianati dalla capogruppo Fininvest, cioè da Berlusconi. Nel 2007, vincendo la Champions, il Milan ha incassato 65 milioni dal solo trionfo europeo. Comprendiamo le preoccupazioni di Via Turati qualora la squadra di Ancelotti non si qualificasse alla prossima edizione del massimo torneo continentale. Ma non si può sempre vincere e, vivaddio, alla fine conterà anche il verdetto del campo o no? Piuttosto, anzichè la Superlega, forse sarebbe il caso di riesaminare le ultime campagne acquisti del Milan e gli investimenti non felici.

Qualche nome: Oliveira, Emerson, Ronaldo, Grimi, Rivaldo, Marcio Amoroso, Gourcuff, José Mari, Contra, Javi Moreno. E adesso, altro che Ronaldinho: Ancelotti ha bisogno di un portiere, due difensori centrali e due centrocampisti. Da Milan, s'intende