{{IMG_SX}}Firenze, 21 marzo 2008 -  Tra pochi giorni il Tibet tornerà nel silenzio delle sue montagne. L’Occidente avrà già consumato la sua breve attenzione mediatica per la tragedia di un popolo inerme. E la Cina, in quel silenzio, completerà nelle galere la repressione dura e la sua metodica “rivoluzione culturale”. Quella di Mao non va più di moda ma quella coloniale sì, da mezzo secolo. Il metodo è lo stesso: la sistematica cancellazione di una cultura antica, quella del buddismo tibetano, per sostituirla, oggi, con il moderno comunismo di mercato.

 

La sintesi pechinese di un regime politico spietato e di un sistema economico selvaggio schiaccerà una filosofia non violenta, basata sul rispetto della vita e una visione dell’universo come eterno ciclo dei viventi e delle loro migliori energie. Una filosofia di pace, come quella che ispirò i Giochi olimpici. Pechino li organizza quest’anno come un vetrina mediatica mondiale della nuova Cina.

I governi occidentali non boicotteranno le Olimpiadi in nome dei diritti umani calpestati. Lo fecero nel 1980 con l’Urss di Breznev che aveva invaso l’Afganistan. Oggi, con la Cina, no. Il Dalai Lama non l’ha neppure chiesto. L’Ovest è troppo interessato al mercato di un miliardo e mezzo di persone, troppo impaurito dalla potenza del gigante orientale. E poi meglio tenere la Cina sotto i riflettori della mondovisione - dicono alcuni - per costringerla ad essere più buona, più liberale, più democratica. Un alibi. Un sogno. I cinesi non lesineranno cortesie e sorrisi, per tre settimane. Sono abilissimi commercianti. Perché sciupare la festa?

 

Rispondiamo con un sorriso, altrettanto sincero, altrettanto astuto. E con un piccolo gesto di solidarietà, di amicizia con i tibetani e i cinesi oppressi, che sono anche di più. Perché non chiedere agli atleti di tutto il mondo di cimentarsi nei Giochi indossando una fascetta dello stesso colore delle tonache dei monaci tibetani?
E’ inconfondibile. Niente nero da lutto, che in Cina poi sarebbe bianco. Non il verde, universale messaggio ecologico o bandiera dell’Islam radicale. Non il rosso, che il regime potrebbe spacciare per un’adesione ideologica. No, quel colore particolare, caldo come un tramonto, che oscilla tra lo zafferano e il vino, che sa di buono.

Uu colore che i monaci conoscono bene. Potremmo chiedere loro di tagliar striscie delle tonache e regalarle agli atleti. Un dono carico di affetto, un simbolo, una preghiera. Il passaggio di un testimone: corriamo per voi, per noi, per il rispetto degli esseri viventi, per la giustizia, per la pace, per la non violenza.

Lo sport non è questo? Prima che diventi solo spettacolo e affari potrebbe, per una volta, mostrarsi pure intelligente e insegnare qualcosa alla politica. In nome di noi tutti.