{{IMG_SX}}Bologna, 17 marzo 2008 - In queste ore, mentre il regime comunista cinese massacra i tibetani, ciò che disgusta di più in Italia è il silenzio assordante di troppi politici di ogni colore e persino del Papa che non hanno il coraggio di prendere una posizione durissima su ciò che sta accadendo in Tibet. Dove per posizione durissima s'intende boicottaggio delle Olimpiadi, richiamo dell'ambasciatore italiano a Pechino, azione comune europea per ridiscutere la posizione dell'Unione verso la Cina. Almeno Putin, cioè Medvedev, il suo clone, parla cinico e chiaro: "Il Tibet è un affare interno della Repubblica Popolare e noi non ci immischiamo".

 

Vi risparmiano, invece, la selezione delle dichiarazioni ipocrite e melense che intasano le agenzie. La chiamano realpolitik. Tradotto in soldoni, significa che fare affari con la Cina è troppo importante per preoccuparsi dei monaci e dei ragazzi di Lhasa che sono stati o che saranno perseguitati, incarcerati, assassinati per avere osato chiedere la libertà. Quanto al Vaticano, vale la stessa scusa accampata nel dicembre scorso, quando, con rispetto parlando, per non comprometrtere il dialogo con Pechino non ci fu né un monsignore né un cardinale né un priore che si degnasse di ricevere il Dalai Lama. Celebrato invece con tutti gli onori al Congresso degli Stati Uniti che l'insignì della medaglia della Libertà, in Germania, in Francia e in cento altri Paese meno pavidi del nostro. In Italia, il Dalai Lama è stato trattato come un appestato dalla nomenklatura di un sistema marcio sino al midollo, come dimostrano le cronache di una campagna elettorale noiosa, stantia, plastificata.

 

Soltanto Beppe Grillo e Letizia Moratti si inchinarono davanti a lui. Come dimenticare, invece, la non accoglienza riservata tre mesi fa alla massima autorità spirituale tibetana dal governo Prodi e dal capo dell'opposizione Berlusconi: fecero tutti a gara a squagliarsi, adducendo i pretesti più ignobili, pur di non stringere la mano a Tenzin Gyatso.

 

Non parliamo dei dirigenti dello sport italiano: se la fanno talmente sotto che non hanno nemmeno il coraggio di spiegarci perchè gli atleti italiani dovrebbero partecipare ai Giochi di Pechino nella capitale di un Paese che calpesta i diritti umani, che ogni anno manda a morte migliaia di detenuti e dove, ha annotato Roberto Baldini, capo della redazione esteri di Qn, "si viene uccisi dallo Stato per 69 reati, tra cui: evasione delle tasse, appropriazione indebita, gioco d’azzardo, bigamia, gestione di un bordello, disturbo della quiete pubblica, contrabbando di sigarette, organizzazione di circoli pornografici, contrabbando di macchine, pubblicazione di materiale pornografico, vendita di false fatture, furto di mucche, cammelli e cavalli, vendita di falsi certificati di controllo nascite, vendita di falsi certificati di sterilità, vendita di denaro contraffatto, caccia al panda gigante e alla scimmia d’oro e pirateria informatica: dove per pirateria si intende anche scrivere le proprie idee su Internet".

 

Leggete un po' qua: "La nostra posizione è quella del Coni, stante la centralità del Coni come soggetto di riferimento di tutto il movimento olimpico. Non è ipotizzabile una situazione per cui ogni federazione articola una posizione specifica. Riteniamo doveroso esprimere riflessioni in sede Coni, ma non in altre sedi". Firmato Giancarlo Abete, presidente della Federcalcio campione del mondo. Capito? In Tibet massacrano gli oppositori, "ma non è ipotizzabile una situazione per cui ogni federazione articola una posizone specifica". Ma si può parlare così? Adesso pare che, per quanto sciolto, il Parlamento si riunisca, a livello di Commissione Esteri, per esaminare la situazione tibetana. Senza fretta, però. Prima ci sono i comizi.